giovedì 19 maggio 2016
Petrarca, i cani e Yahoo
lunedì 16 novembre 2015
Intervista a Zineb El Rhazoui, giornalista Charlie Hebdo
mercoledì 12 agosto 2015
La Teoria delle Finestre Rotte
Nel
1969, presso l'Università di Stanford (USA), il professor Philip
Zimbardo condusse un esperimento di psicologia sociale.
Lasciò
due auto abbandonate in strada, due automobili identiche, la stessa
marca, modello e colore. Una l’ha lasciata nel Bronx, quindi una
zona povera e conflittuale di New York; l'altra a Palo Alto, una zona
ricca e tranquilla della California.
Due identiche auto
abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di
specialisti in psicologia sociale a studiare il comportamento delle
persone in ciascun sito.
L'automobile
abbandonata nel Bronx ha cominciato ad essere smantellata, e in poche
ore ha perso le ruote, il motore, gli specchi, la radio... Tutti i
materiali che potevano essere utilizzati sono stati presi, e quelli
non utilizzabili sono stati distrutti.
Dall’altra parte a Palo
Alto, l'automobile abbandonata è rimasta intatta.
È
luogo comune attribuire le cause del crimine alla povertà.
Attribuzione nella quale si trovano d’accordo le ideologie più
conservatrici.
Tuttavia, l'esperimento in questione non finì lì:
i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto
in California. Il risultato fu che scoppiò lo stesso processo come
nel Bronx di New York: furto, violenza e vandalismo ridussero il
veicolo nello stesso stato di devastazione dell'auto nel Bronx.
Perché il vetro rotto in una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocare un processo criminale?
Non è la povertà, ovviamente, ma qualcosa che ha a che fare con la psicologia, col comportamento umano e con le relazioni sociali.
Un
vetro rotto in un'auto abbandonata trasmette un senso di
deterioramento, di disinteresse, di noncuranza, sensazioni di rottura
dei codici di convivenza, di assenza di norme e di regole.
Ogni
nuovo attacco subito dall'auto ribadisce e moltiplica quell'idea,
fino all'escalation di atti, sempre peggiori, incontrollabili, col
risultato finale di una violenza irrazionale.
In esperimenti successivi James Wilson e George Kelling hanno sviluppato la cosiddetta teoria delle finestre rotte, con la stessa conclusione da un punto di vista sociologico, e cioè che la criminalità è più alta nelle aree dove l'incuria, il disordine e l'abuso sono più evidenti.
Se
si rompe un vetro in una finestra di un edificio e non viene
riparato, saranno presto rotti tutti gli altri. Se una comunità
presenta segni di deterioramento e questo è qualcosa che sembra non
interessare a nessuno, allora lì si genererà la criminalità.
Se
sono tollerati piccoli reati come parcheggio in luogo vietato,
superamento del limite di velocità o passare col semaforo rosso, se
questi piccoli “difetti” non sono correttamente puniti, si
svilupperanno “difetti maggiori” e un senso di impunità che
porterà via via a crimini più gravi.
Se parchi e altri spazi pubblici sono gradualmente danneggiati e nessuno interviene, questi luoghi saranno abbandonati dalla maggior parte delle persone, e questi stessi saranno progressivamente occupati da delinquenti.
E questo vale anche nel privato, se ad esempio il capofamiglia lascia degradare progressivamente la sua casa, come la mancanza di tinteggiature alle pareti, la proliferazione di cattive abitudini alimentari, l'utilizzo di parolacce, la mancanza di rispetto tra i membri della famiglia, ecc. poi, gradualmente, cadranno anche la qualità dei rapporti interpersonali tra i membri della famiglia ed inizieranno a crearsi cattivi rapporti con la società in generale.
Questa
teoria delle finestre rotte può essere utile a comprendere la
degradazione della società e la mancanza di attaccamento ai valori
universali, la mancanza di rispetto per l'altro e le autorità, la
degenerazione della società e la corruzione a tutti i livelli.
La
mancanza di istruzione e di formazione di una cultura sociale,
generano un Paese con finestre rotte, con tante finestre rotte che
nessuno sembra disposto a riparare.
Nel 1994, Rudolph Giuliani, sindaco di New York, basandosi sulla teoria delle finestre rotte, ha promosso una politica di tolleranza zero. La strategia era quella di creare comunità pulite ed ordinate, non permettendo violazioni alle leggi e agli standard della convivenza sociale e civile. Il risultato pratico è stato un enorme abbattimento di tutti i tassi di criminalità a New York City.
La
frase “tolleranza zero” suona come una sorta di soluzione
autoritaria e repressiva, ma il concetto in realtà è rivolto alla
prevenzione e promozione di condizioni sociali di sicurezza. Non è
questione di violenza ai trasgressori, né manifestazione di
arroganza da parte della polizia.
Infatti, anche in materia di
abuso di autorità, dovrebbe valere la tolleranza zero. Non è
tolleranza zero nei confronti della persona che commette il reato, ma
è tolleranza zero di fronte al reato stesso.
L’idea è di creare delle comunità pulite, ordinate, rispettose della legge e delle regole che sono alla base della convivenza umana in modo civile e socialmente accettabile. E tutto questo non è una chimera: bastano ordine, pulizia, e rispetto delle regole già esistenti.
È bene quindi tornare a leggere questa teoria e diffonderla.
Ascolta "La Teoria delle Finestre Rotte" su Spreaker.
sabato 25 aprile 2015
Le pasquinate e la nascita della grammatica italiana
A Roma, nel 1501, viene collocato all'angolo di un palazzo il resto di una statua, torso mutilo di un gruppo marmoreo ellenistico, III secolo AC. E' il famoso Pasquino o Mastro Pasquino. Al giorno d'oggi lo vediamo in Piazza Pasquino, contro l'angolo smussato di Palazzo Braschi (questo palazzo però è della fine del Settecento).
Si prende l'abitudine di affiggere al piedistallo di Pasquino qualche satira, qualche epigramma, maldicenze di cardinali contro altri cardinali, o contro il papa: cose d'alto livello, in latino; nei casi più vivaci, cose goliardiche. Si dice che il nome, "Pasquino", sia quello di un arguto sarto gobbo che aveva bottega da queste parti già nel Quattrocento.
Ci sono altre statue qua è là nel cuore di Roma: Marforio, Madama Lucrezia, l'Abate Luigi, il Facchino; anche a queste si affiggono satire, epigrammi; si rilanciano la palla; formano il "congresso degli arguti". Verso il 1510 si comincia a raccogliere in opuscoli annuali i Carmina ad Pasquillum, le poesie a Pasquino. Le pasquinate.
La plebe di Roma in questi giochi non c'entra, né comincia ad essere coinvolta quando satire ed epigrammi passano dal latino all'italiano.
Il più grande autore di pasquinate sarà Pietro Aretino.
Quando vedremo ricomparire il nome di Pasquino sotto la penna di Giuseppe Gioacchino Belli, sarà ancora e più che mai vero che la plebe non c'entra con le pasquinate.
Chi scrive le pasquinate (nel Cinquecento) sono intellettuali, umanisti, alti prelati e cortigiani.
A Venezia nel 1501, Aldo Manuzio produce i suoi primi tascabili: libri in piccolo formato e in carattere corsivo. Un Virgilio, un Orazio, un Petrarca: il Canzoniere di Francesco Petrarca.
Il Petrarca aldino è curato editorialmente, filologicamente, da Pietro Bembo.
Pietro Bembo è nato nel 1470 da una delle grandi famiglie patrizie veneziane, con palazzo sul Canal Grande (riva del Carbon). Ha fatto ottimi studi. Per imparare il greco è andato a Messina nel 1492 alla scuola del celebre maestro Costantino Lascaris. C'è restato due anni. E' tornato a Venezia con una cosa preziosa: una grammatica greca scritta da Costantino Lascaris, che viene stampata da Aldo Manuzio nel marzo 1495.
Potete facilmente immaginare quanto sia importante avere una nuova grammatica greca in quella volenterosa confusione che aveva caratterizzato i primi studi di greco in Italia.
Ebbene, dovete sforzarvi di immaginare che il Petrarca aldino curato da Pietro Bembo è ancora più importante.
Nasce con questa edizione del Canzoniere un testo di massima autorevolezza, che dà una patina uniforme all'italiano poetico scritto, cioè all'italiano senza altra specificazione.
Nasce con il Canzoniere aldino l'unità linguistica italiana. Unità intesa come uniformazione, omogenizzazione. Dieta di omogeneizzati. Nasce per merito (o per colpa) di Pietro Bembo.
Nasce e potrebbe morire in fasce, ma lo aiuteranno a sopravvivere e a fortificarsi le opere successive di Pietro Bembo: Gli Asolani e le Prose della volgar lingua.
Gli Asolani (1505) sono il manifesto del bembismo, o meglio, del petrarchismo bembesco. Fissato con il Canzoniere del 1501 il criterio linguistico e stilistico, Gli Asolani fissano i criteri di gusto, ideologici, antropologici della poesia.
il Bembo indica nel Petrarca un ideale di vita e di amori, oltre che di poesia e di lingua.
Le operazioni 1501-1505 di Manuzio-Bembo hanno un successo immediato, ampio, profondo. Il modo di poetare, la lingua, gli ideali di vita e di amori, resteranno più o meno validi in tutt'Italia per tre secoli almeno.
Con Pietro Bembo nasce una certa unità d'Italia. I seguaci del petrarchismo bembesco sono uguali in tutta la penisola. Può aver senso raggrupparli in area veneta e lombarda, area tosco-romana, area meridionale, ma quello che conta è proprio il fatto unitario per cui si scrive nello stesso modo dalla valle del Sinni a Casale Monferrato.
(fonte: G. Dossena)
sabato 17 gennaio 2015
Je suis Charlie, ovvero: esiste un Islam moderato
sabato 3 gennaio 2015
I Bagni di Poggio Bracciolini e le origini della psicanalisi
Baden è una città che al giorno d'oggi si trova nei confini della Svizzera settentrionale, cantone di Argovia, tedesco Aargau. Da non confondere col Baden, regione storica della Germania occidentale, né con la città tedesca che sta nel Baden e che si chiama Baden-Baden. Poi c'è una città chiamata Baden anche in Austria. In tedesco Baden vuol dire "bagni".
Nel 1416 è ai bagni di Baden in Argovia, Poggio Bracciolini, e in data 18 maggio scrive una lettera, per descrivere i bagni di Baden, ad un amico fiorentino, Niccolò Niccoli.
Lettera in latino, come tutte quelle che scrive in questi anni. Lettera divertente, che rivela un uomo pieno di curiosità. Maggiori e più minute curiosità di quante aveva rivelato il Petrarca assistendo a bagni di diverso tipo più a nord, a Colonia.
Poggio Bracciolini ha curiosità di un tipo che oggi potremmo definire antropologico, ma per lui vedere i bagni di Baden è anche una soddisfazione "umanistica".
Poggio Bracciolini ha idee chiare sull'importanza del denaro: la rinuncia alla ricchezza è rinuncia alla possibilità di operare bene e nobilmente. Su questo, ovviamente, è in aperto contrasto col suo coetaneo Bernardino da Siena, al quale non risparmia attacchi violenti.
Son le "passioni" letterarie che fanno di Poggio Bracciolini un grande nella storia dell'insulto. Le sue polemiche con i colleghi umanisti Lorenzo Valla e Francesco Filelfo sono di una violenza smisurata.
Nel 1453 torna a Firenze per ricoprire la carica di cancelliere. Ma tutto il potere è ora in mano a Cosimo de' Medici il Vecchio. La carica di cancelliere è un vuoto nome.
Nella sua villa, la Valdarnina, tutto solo tra le sue lapidi latine, Poggio Bracciolini mette insieme un libretto di stile quasi epigrafico, duro, di schegge aguzze e taglienti: Confabulationes, propriamente "conversazioni" ma in senso più vasto "frammenti di chiacchiere, battute, motti, barzellette. Titolo italiano: Facezie.
Per una nemesi singolare, le Facezie sono la sola opera a cui, presso i lettori comuni, sia raccomandata la fama di Poggio Bracciolini: sul fondamento di una aneddotica comico-pornografica.
Nelle Facezie c'è anche una vena novellistica, ma soprattutto un'analisi sagace e pungente dello spirito umano e della sua psicologia.
Questa l'introduzione scritta dall'autore stesso:
Io penso che saranno molti che daranno biasimo a questi discorsi, sia come cose di niun conto ed indegne de la gravità dell'uomo, sia perché essi vi cercassero maggiore eleganza nel dire e piú animato lo stile. Ma se io loro risponda di aver letto che i nostri maggiori, uomini di grandissima prudenza e dottrina, di giuochi, di facezie e di favole si dilettarono e non si ebbero biasimo ma lode, credo che abbastanza avrò fatto per ricuperare la loro stima. Imperocché chi vorrà credere che io abbia fatta cosa turpe imitandoli in questo, non ponendolo nelle altre cose, e dando a le cure de lo scrivere quel tempo che gli altri perdono ne le società e ne la conversazione, quando principalmente non sia questo lavoro indecoroso e qualche piacere possa dare al lettore? Ed è cosa onorevole et necessaria anzi, ed ebbero per essa lode i filosofi, sollevare l'animo nostro oppresso da molestie e da pensieri e trarlo alla gioia ed alla allegria con qualche lieta ricreazione. Però ricercare l'alto stile ne le piccole cose, o in queste che si hanno a esprimere con la parole propria e faceta, o per riferire ciò che altri disse, sembra cosa di troppa noia. Poiché vi son certe cose che non amano maggiore ornamento e vogliono invece esser dettate quali vennero da chi parlando le disse.
Giova ricordare che le Facezie di Poggio Bracciolini furono lette ed amate anche da Leonardo da Vinci.
Ne riportiamo qui una, in testo integrale (tradotto dal latino):
Freud non ha inventato niente.
lunedì 29 dicembre 2014
Il papa poeta e i vampiri di Transilvania
sabato 6 dicembre 2014
Don Chisciotte e il ronzino letterario
Quando si parla di un ronzino, molti pensano subito a Ronzinante, il cavallo di Don Chisciotte, il personaggio creato dalla fantasia di Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616), autore del capolavoro, in lingua spagnola, della letteratura mondiale El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha.
E' la storia di un nobiluomo di campagna, Alonso Quijana, che a forza di parlare e di discutere di cavalleria e della gran virtù dei cavalieri antichi, riassetta le vecchie armi degli avi e parte in cerca di avventure tentando di ripercorrere le "regis Arturis pulcherrimae ambages". Tra l'altro, ribattezza il suo magro e decrepito cavallo Rucinante, cioè Ronzinante.
Cervantes ha voluto fissare nel nome del destriero di don Chisciotte le qualità del povero animale trascinato in avventure bislacche. In spagnolo rocin significa cavallo di razza inferiore o di scarto, adatto soprattutto a portare bagagli (un ronzino, appunto). In francese antico era roucin, in provenzale rossin o roci, in portoghese rossim, tutti con il significato di cavallo di poco pregio. Quindi Ronzinante deriva da rocin.
Nella bassa latinità esisteva una forma runcinus, e in italiano è presente anche la definizione rozza per cavallo da poco conto, mentre nel tedesco antico vi sono le forme hros e ros.
Cervantes doveva sapere che il nome ronzino aveva profonde radici nella letteratura medievale trovadorica, quindi ben si adattava alle imprese di don Chisciotte. La parola roncì, compare infatti in un periodo anteriore al 1194 nel Contrasto con la donna genovese del poeta provenzale Rambaut de Vaqueiras. I versi di chiusura con cui la donna congeda in malo modo il trovatore che l'ha corteggiata invano, dicono infatti: "Juiar, ne serò con tego - Possa a te cal de mi - Meill varà, per San Martì - S'andai a ser Opetì - Que dar v'à fors'un roncì - Car sei juiar". "Non sarò tua" dice la popolana genovese "ed è meglio che tu vada da Obizzo Malaspina, che per San Martino forse ti regalerà un ronzino, perché sei un giullare".
Era tradizione per San Martino far doni ai poveri, e la donna non ha riguardi nel tacciare il poeta di giullare (invece che trovatore) e di mandarlo da un marchese benefattore per farsi dare una cavalcatura degna del suo rango, un ronzino, perché possa girare di corte in corte, di piazza in piazza, a cantare i sirventesi altrui.
E che Rambaut disponesse di un ronzino lo si apprende da un altro contrasto, questa volta con il marchese Alberto Malaspina. Il trovatore è già diventato cavaliere al servizio di Bonifacio di Monferrato, e nella lite in versi il marchese gli dice: "Que puis montez de roussin en destrier - non fesetz colp d'espaza ni de lansa" ("Da quando siete passato dal ronzino al destriero, non avete più combattuto"), versi che mostrano la differenza tra i due cavalli, che erano indice del grado della scala sociale nel feudalesimo.
Don Chisciotte quindi si crede un cavaliere errante, ma ha mantenuto come cavalcatura un ronzino, un cavalo di poco pregio che sottolinea l'abbaglio che il suo padrone ha preso nel voler rivivere un'epoca ormai tramontata.
venerdì 22 agosto 2014
Aldino, aggettivo patronimico
Il più grande stampatore italiano di tutti i tempi fu indubbiamente Aldo Manuzio, detto il Vecchio, nato a Bassiano di Velletri intorno al 1450 e morto a Venezia nel 1515.
Con l'aiuto finanziario di Alberto Pio, principe di Carpi, riuscì a fondare a Venezia nel 1489 la famosa tipografia che portò la fama dell'Italia in tutta Europa.
Venne pertanto definito con l'aggettivo patronimico di aldino tutto ciò che rese Aldo Manuzio famoso nei secoli e che individua una precisa tipologia di libro uscito dalla sua officina grafica: il carattere da stampa aldino, le edizioni aldine e le rilegature aldine. Queste ultime sono distinte da due particolari elementi decorativi: il lineare (essenzialmente formato da linee rette o curve, dette filetti aldini) e l'ornamentale, costituito da foglie stilizzate, fiori e nodi, creati da piccoli ferri (detti appunto ferri aldini), il tutto impresso con lamina d'oro su cuoi di vari colori.
Le edizioni aldine, ricercatissime dai bibliofili per la loro bellezza tipografica e la loro incomparabile correttezza dei testi, sono contraddistinte dal celebre marchio dell'àncora con un delfino avvinghiato che si trova sul frontespizio.
Tra le edizioni aldine più note, ricordiamo le opere di Aristotele in 5 volumi in-folio, le opere di Virgilio in 8° del 1501, la Divina Commedia del 1502, pubblicata col titolo Le terze rime di Dante, e il romanzo allegorico Hypnerotomachia Poliphili, attribuito a Francesco Colonna.
Aldo Manuzio inventò il carattere tipografico "corsivo", che prese il nome di carattere aldino, e, fuori Italia, di italico o di lettere veneziane o cancelleresco (perché imitazione del carattere amanuense in uso nelle cancellerie dell'epoca). Si dice che Manuzio volle ispirarsi alla perfettissima scrittura di Francesco Petrarca, che lo stampatore ebbe modo di ammirare da manoscritti originali, restandone affascinato.
Tale fu il successo di questo nuovo carattere che Manuzio chiese e ottenne dal Senato di Venezia una concessione di privilegio in tutto il territorio della Serenissima.
Ancora oggi in tipografia esiste un particolare carattere da stampa tondo e corsivo detto aldino in onore di Aldo Manuzio.
domenica 3 agosto 2014
Bologna: notai e poeti, anche erotici
A Bologna, nel 1265, ricoprono in coppia la carica di podestà i due frati gaudenti Loderigo e Catalano.
Con provvedimento statutario del 26 aprile i due podestà rendono obbligatori certi registri, detti libri memorialium o memorialia communis, o più brevemente "memoriali": registri in cui ciascun notaio deve semestralmente trascrivere i contratti e i testamenti che ha erogato.
Se tra un contratto o un testamento e il successivo restano spazi bianchi, questi devono in qualche modo essere anneriti con una scrittura purchessia, per assicurarsi che in data successiva qualcuno non scriva un altro contratto o testamento, truffaldinamente.
Questo annerimento degli spazi bianchi è un fatto suggestivo. Già i monaci benedettini che trascrivevano testi nel medioevo antico, annerivano qualche spazio bianco con proprie considerazioni personali, come i ragazzi a scuola che fanno disegnini sui quaderni o sui banchi. Altri lo fanno sui muri. Si possono scoprire tante motivazioni di certi gesti. Chi ha studiato la psicologia dei solutori di parole incrociate, crede di poter dire che il piacere di questa folla solitaria stia tutta nel riempire spazi vuoti.
I notai a Bologna, nel Duecento, inventano un modo peculiare di riempire gli spazi bianchi dei memoriali resi obbligatori da Loderigo e Catalano. Ci trascrivono poesie.
Altre città dopo Bologna adotteranno l'obbligo dei memoriali, ma solo a Bologna gli spazi bianchi verranno riempiti con poesie.
Quali poesie? Prevalentemente ballate anonime, popolareggianti, facili, magari anche un po' audaci, ma anche poesie d'autore.
Nel 1287 un notaio, Enrichetto delle Querce, trascrive un sonetto (o forse lo scrive sapendolo a memoria). E' un sonetto che comincia con: "Non mi porìano già mai fare ammenda". Sappiamo con certezza il nome dell'autore: Dante Alighieri.
"Ammenda" fa rima con "Garisenda", la torre che a Bologna c'è ancora, con questo nome, al giorno d'oggi. Della torre Garisenda Dante tornerà a parlare nell'Inferno (31.136). Nel 1287 Dante ha ventidue anni.
I memoriali costituiscono dunque una rara antologia di poesie che devono godere di una certa popolarità, e, caso unico, ogni singola poesia si trova ad essere esattissimamente datata, cadendo dopo un contratto o un testamento datato. Naturalmente trattasi di data del momento in cui la poesia ha raggiunto notorietà, non di data in cui la poesia è stata composta, ma è già molto.
E' anche un modo per tenere d'occhio cosa leggevano o cosa imparavano a memoria i notai di Bologna. Nel 1282, ad esempio, troviamo due poesie notevoli per un certo erotismo. Nella prima si parla di una ragazza che vorrebbe trovare un amante. Nella seconda si narra di una donna maritata che vuole organizzare una piccola orgia con la cognata.
(fonte: G. Dossena)







