L’acqua scende a fiumi, liberando un’infinità di profumi dal bosco, profumi che sembravano nascosti in attesa dell’arrivo dell’acqua, esistenze effimere trascinate via dalla stessa forza che le ha generate, ma che in quegli attimi sovraffollano i miei sensi, chi con dolcezza, chi con arroganza, e con una vaga inquietudine cerco di respirali tutti, come se fosse l’ultima cosa da fare, l’unica che valga la pena di essere vissuta, ma appena ne colgo uno subito un altro richiede il suo diritto di esistere e di possedermi, e in quell’orgia di odori perdo quasi la percezione di me stesso.
La memoria sovreccitata si affolla di ricordi, ogni profumo è una sensazione precisa, è una gigantesca orchestra che suona la mia anima, ma è un’orchestra dove gli strumenti non emettono suoni ma profumi, innumerevoli e sapienti dita fatte di gocce d’acqua si posano proprio sopra quei fiori o quelle foglie per ricavare quell’esatta miscela di profumi, per poi cambiare ancora e ancora, come se non avessero fatto altro per tutta l’eternità, e quei fiori e quelle foglie docili sotto la pioggia, mi regalano la loro essenza più intima, come se mi svelassero i loro più reconditi segreti.
Ma l’acqua continua a scendere anche su di me, quasi volesse sciogliermi e trasformarmi in pianta, così da poter suonare le mie foglie e far partecipe tutto il bosco anche dei miei segreti e della mia natura più nascosta
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giovedì 15 luglio 2010
domenica 11 luglio 2010
Il verme nel labirinto
Non nasciamo tutti con le stesse possibilità e potenzialità.
Esistono persone che si ritrovano con un solido equilibrio psicologico, una disposizione naturale verso i valori dell’Uomo, una spontanea capacità di gestire le proprie emozioni, di relazionarsi con gli altri, insomma con una sorta di intelligenza emotiva naturale senza che gli sia necessaria alcuna fatica, ma esistono anche altri (e sono i più) per i quali ogni giorno è uno sforzo verso una meta che sanno già di non poter raggiungere, ma è nello sforzo stesso che si identificano e danno un significato alla loro esistenza.
Avevo un’ amica, si chiama L., che è già nata con queste virtù, non ha fatto alcuno sforzo per diventare quell’incredibile persona che chiunque abbia avuto la possibilità di conoscere poi ammira.
Per sua stessa ammissione lei è sempre stata così: una persona con una profondo senso dell’equilibrio, con una forza vitale, un ottimismo ed una libertà di spirito inattacabili.
Ma non ha nessun merito in tutto questo, per lei è assolutamente naturale essere così; non sa e non potrà mai sapere dell’eterna lotta che le persone come me devono invece combattere tutti i giorni contro la propria natura per tentare di divenire degni di essere chiamati Uomini, non può capire l’angoscia della consapevolezza della propria meschinità e mediocrità e l’enorme fatica del tentativo di uscire dal buio.
Più di una volta l’ho vista giudicare, dall’alto della sua levatura morale (innata, non sudata), altre persone, senza capire che non abbiamo tutti gli stessi mezzi: un verme non potrà mai volare, ma è più ammirevole un’aquila che volteggia regalmente altissima nel cielo (senza nessun merito per essere nata aquila) o un verme che tenta disperatamente di camminare piuttosto che di strisciare?
La risposta è evidente, ma tutti continuano ad ammirare l’aquila e a calpestare i vermi (striscianti o camminati che siano).
Intendiamoci, non sto criticando L., lei ha avuto questa fortuna, per la quale immagino ringrazi il Cielo ogni giorno, ed è normale che non sia in grado di capire cosa voglia dire cercare di conquistare quello che lei ha già per nascita.
Per le persone come me, la vita è un inestricabile labirinto fatto da milioni di domande e nessuna risposta certa. Ogni tanto mi sembra di aver trovato la mia strada e la percorro con profonda sicurezza, ma dopo qualche passo i dubbi mi assalgono: ”Sto facendo la cosa giusta? Sto facendo del bene a me e alle persone che amo, oppure no? Questa strada è reale, o è solo un’illusione creata dal mio disperato bisogno di certezze?”
…e così può succedere che si cambi strada e si ricominci da capo; l’aquila dall’alto ride delle mie convulsioni dentro al labirinto, ma per me è l’unico modo in cui sono capace di vivere.
Esistono persone che si ritrovano con un solido equilibrio psicologico, una disposizione naturale verso i valori dell’Uomo, una spontanea capacità di gestire le proprie emozioni, di relazionarsi con gli altri, insomma con una sorta di intelligenza emotiva naturale senza che gli sia necessaria alcuna fatica, ma esistono anche altri (e sono i più) per i quali ogni giorno è uno sforzo verso una meta che sanno già di non poter raggiungere, ma è nello sforzo stesso che si identificano e danno un significato alla loro esistenza.
Avevo un’ amica, si chiama L., che è già nata con queste virtù, non ha fatto alcuno sforzo per diventare quell’incredibile persona che chiunque abbia avuto la possibilità di conoscere poi ammira.
Per sua stessa ammissione lei è sempre stata così: una persona con una profondo senso dell’equilibrio, con una forza vitale, un ottimismo ed una libertà di spirito inattacabili.
Ma non ha nessun merito in tutto questo, per lei è assolutamente naturale essere così; non sa e non potrà mai sapere dell’eterna lotta che le persone come me devono invece combattere tutti i giorni contro la propria natura per tentare di divenire degni di essere chiamati Uomini, non può capire l’angoscia della consapevolezza della propria meschinità e mediocrità e l’enorme fatica del tentativo di uscire dal buio.
Più di una volta l’ho vista giudicare, dall’alto della sua levatura morale (innata, non sudata), altre persone, senza capire che non abbiamo tutti gli stessi mezzi: un verme non potrà mai volare, ma è più ammirevole un’aquila che volteggia regalmente altissima nel cielo (senza nessun merito per essere nata aquila) o un verme che tenta disperatamente di camminare piuttosto che di strisciare?
La risposta è evidente, ma tutti continuano ad ammirare l’aquila e a calpestare i vermi (striscianti o camminati che siano).
Intendiamoci, non sto criticando L., lei ha avuto questa fortuna, per la quale immagino ringrazi il Cielo ogni giorno, ed è normale che non sia in grado di capire cosa voglia dire cercare di conquistare quello che lei ha già per nascita.
Per le persone come me, la vita è un inestricabile labirinto fatto da milioni di domande e nessuna risposta certa. Ogni tanto mi sembra di aver trovato la mia strada e la percorro con profonda sicurezza, ma dopo qualche passo i dubbi mi assalgono: ”Sto facendo la cosa giusta? Sto facendo del bene a me e alle persone che amo, oppure no? Questa strada è reale, o è solo un’illusione creata dal mio disperato bisogno di certezze?”
…e così può succedere che si cambi strada e si ricominci da capo; l’aquila dall’alto ride delle mie convulsioni dentro al labirinto, ma per me è l’unico modo in cui sono capace di vivere.
martedì 6 luglio 2010
L'anello debole della catena
Ecco, la mia anima si proietta in avanti e io volo, plano verso chiunque accetterà di credere con me. Guarda e ridi: sono io l'anello debole della catena, di ogni catena, di ogni legame, contatto, connessione o congiunzione possibile con loro, con quelli, e ora anche con te.
Ho visto dissolversi quello che c'era tra noi. Ma forse, per caso, troveremo un filone d'oro, ecco: l'avevamo quasi toccato...
C'erano dei momenti di luce, e alla fine mi ero abituato alla tua irritante onestà.
Distruggo le prove della tua esistenza, ma dentro di me esisti in un modo che mi atterrisce. Cosa ne farò ora di questa nuova esistenza che non mi vuole? Eccomi davanti a te: sono il varco nella recinzione, sono la fenditura attraverso cui l'errore, o anche solo il ridicolo, si infiltrano dentro casa.
Ma almeno nel momento del volo sono me stesso, l'"io" che dovrei/vorrei essere. Ed è un momento ricco, completo.
Poi naturalmente c'è il tonfo dell'atterraggio. Un polverone intorno e un silenzio tremendo. Mi scuoto e mi guardo in giro con cautela, comincio a gelare per il freddo che mi avvolge dentro e fuori, un freddo che solo i buffoni e gli stupidi conoscono.
Inevitabilmente sei sempre molto solo quando ritorni alla vita.
Adesso mi sento così e sono distrutto, non sopporterei uno sguardo dai tuoi occhi, perché a causa di un altro tuo sguardo decisi di buttarmi completamente.
Ho visto dissolversi quello che c'era tra noi. Ma forse, per caso, troveremo un filone d'oro, ecco: l'avevamo quasi toccato...
C'erano dei momenti di luce, e alla fine mi ero abituato alla tua irritante onestà.
Distruggo le prove della tua esistenza, ma dentro di me esisti in un modo che mi atterrisce. Cosa ne farò ora di questa nuova esistenza che non mi vuole? Eccomi davanti a te: sono il varco nella recinzione, sono la fenditura attraverso cui l'errore, o anche solo il ridicolo, si infiltrano dentro casa.
Ma almeno nel momento del volo sono me stesso, l'"io" che dovrei/vorrei essere. Ed è un momento ricco, completo.
Poi naturalmente c'è il tonfo dell'atterraggio. Un polverone intorno e un silenzio tremendo. Mi scuoto e mi guardo in giro con cautela, comincio a gelare per il freddo che mi avvolge dentro e fuori, un freddo che solo i buffoni e gli stupidi conoscono.
Inevitabilmente sei sempre molto solo quando ritorni alla vita.
Adesso mi sento così e sono distrutto, non sopporterei uno sguardo dai tuoi occhi, perché a causa di un altro tuo sguardo decisi di buttarmi completamente.
mercoledì 30 giugno 2010
Teoria dell' armonia
“Noi navighiamo in un infinito mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all’altro. Qualunque scoglio a cui pensiamo di attaccarci e restar saldi vien meno e ci abbandona e, se l’inseguiamo, sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma. Questa è la nostra naturale condizione che tuttavia è la più contraria alla nostra inclinazione: desideriamo ardentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edificarvi una torre che si elevi all’infinito, ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra si apre in abissi.” (Pascal)
"Venire al mondo è come essere gettati, è una caduta dell’essere che si tuffa nel tempo. E mentre cadiamo dovremmo ricordarci che gli appigli cui ci aggrappiamo stanno cadendo anch'essi con noi" (Heidegger)
Nel momento in cui abbiamo rinunciato all'Unità e ci siamo voluti soggetti, abbiamo distrutto la nostra armonia con l'Universo, e qualsiasi idea di stabilità nel Tempo
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"Venire al mondo è come essere gettati, è una caduta dell’essere che si tuffa nel tempo. E mentre cadiamo dovremmo ricordarci che gli appigli cui ci aggrappiamo stanno cadendo anch'essi con noi" (Heidegger)
Nel momento in cui abbiamo rinunciato all'Unità e ci siamo voluti soggetti, abbiamo distrutto la nostra armonia con l'Universo, e qualsiasi idea di stabilità nel Tempo
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martedì 29 giugno 2010
Esiste l' amore?
Ami quella persona perché ti piace?
Il suo aspetto fisico potrebbe peggiorare a causa di una malattia o di un incidente... continuerai ad amarla? E se sì, perché?
Per il suo carattere per la sua personalità? Le persone cambiano, nulla è più instabile del pensiero umano... ma allora continuerai ad amarla? E se sì, perché?
Per il suo "io" più profondo? Da tremila anni l'insegnamento del Buddha storico ci illumina sull'insussistenza dell' "io", e da qualche centinaio d'anni anche il pensiero occidentale ha ammesso l'illusione del concetto dell' "io"... ma allora continuerai ad amarla? E se sì, perché?
Per la purezza della sua anima? Ma l'anima è uguale per tutti, é universale; allora perché quella persona piuttosto che quell'altra?
E' il modo in cui ti fa sentire quella persona e non quello che possiede che ti induce ad amarla?
Ma non ti accorgi che è solo una costruzione mentale che non ti appartiene? Siamo stati programmati fin nei più reconditi recessi della nostra coscienza affinché provassimo determinati sentimenti di fronte a determinate situazioni, ci hanno addirittura insegnato quello che dobbiamo desiderare e come dobbiamo manifestarlo!
Ami quella persona perché ti dona delle emozioni che nessun altro ti da? Tanto vale che firmiate un contratto: "Io sono disposto ad amarti fintantoché tu mi darai quello di cui ho bisogno".
In realtà l'amore in sè esiste, esiste eccome... siamo noi esseri umani che siamo troppo egoisti per amare davvero...
Il suo aspetto fisico potrebbe peggiorare a causa di una malattia o di un incidente... continuerai ad amarla? E se sì, perché?
Per il suo carattere per la sua personalità? Le persone cambiano, nulla è più instabile del pensiero umano... ma allora continuerai ad amarla? E se sì, perché?
Per il suo "io" più profondo? Da tremila anni l'insegnamento del Buddha storico ci illumina sull'insussistenza dell' "io", e da qualche centinaio d'anni anche il pensiero occidentale ha ammesso l'illusione del concetto dell' "io"... ma allora continuerai ad amarla? E se sì, perché?
Per la purezza della sua anima? Ma l'anima è uguale per tutti, é universale; allora perché quella persona piuttosto che quell'altra?
E' il modo in cui ti fa sentire quella persona e non quello che possiede che ti induce ad amarla?
Ma non ti accorgi che è solo una costruzione mentale che non ti appartiene? Siamo stati programmati fin nei più reconditi recessi della nostra coscienza affinché provassimo determinati sentimenti di fronte a determinate situazioni, ci hanno addirittura insegnato quello che dobbiamo desiderare e come dobbiamo manifestarlo!
Ami quella persona perché ti dona delle emozioni che nessun altro ti da? Tanto vale che firmiate un contratto: "Io sono disposto ad amarti fintantoché tu mi darai quello di cui ho bisogno".
In realtà l'amore in sè esiste, esiste eccome... siamo noi esseri umani che siamo troppo egoisti per amare davvero...
giovedì 24 giugno 2010
Solo un altro sassetto
La settimana scorsa un condannato a morte è stato fucilato negli USA.
Ma nel rituale c'è qualcosa che non riguarda soltanto quell'esecuzione, qualcosa di più profondamente contradditorio e diffuso: cinque cecchini, volontari anonimi, devono sparare un colpo a testa, ognuno ha un fucile con un proiettile in canna, ma dei cinque fucili ce n'è uno, non identificato, che è caricato a salve. A chi spara è garantito perciò il beneficio del dubbio che il proprio colpo non sia stato quello mortale.
Ci si domanda: se si sceglie volontariamente di sparare, dev'esserci a monte una forte convinzione, allora perché mantenere l'anonimato e soprattutto perché lasciarsi un margine di spazio interno per assolversi all'occorrenza?
Non è questione di USA, è pieno il mondo di gente così, da sempre, in compagnia, si prende la mira e si lanciano sassi contro Maddalena, senza poter distinguere quale è stato decisivo. "In fondo il mio era solo un altro sassetto". Quando l'istinto della canaglia è passato, l'essere umano, che con la canaglia convive, si rassicura.
E quante Maddalene esistono, colpite solo perché hanno qualcosa di diverso che fa rabbia o gola?
Si usano giudizi, inganni, si mente, si ruba, si sottrae a danno di una persona, una società, uno stato... minimizzando la propria responsabilità: "in fondo il mio era solo un sassetto"
(G. Carcasi)
Ma nel rituale c'è qualcosa che non riguarda soltanto quell'esecuzione, qualcosa di più profondamente contradditorio e diffuso: cinque cecchini, volontari anonimi, devono sparare un colpo a testa, ognuno ha un fucile con un proiettile in canna, ma dei cinque fucili ce n'è uno, non identificato, che è caricato a salve. A chi spara è garantito perciò il beneficio del dubbio che il proprio colpo non sia stato quello mortale.
Ci si domanda: se si sceglie volontariamente di sparare, dev'esserci a monte una forte convinzione, allora perché mantenere l'anonimato e soprattutto perché lasciarsi un margine di spazio interno per assolversi all'occorrenza?
Non è questione di USA, è pieno il mondo di gente così, da sempre, in compagnia, si prende la mira e si lanciano sassi contro Maddalena, senza poter distinguere quale è stato decisivo. "In fondo il mio era solo un altro sassetto". Quando l'istinto della canaglia è passato, l'essere umano, che con la canaglia convive, si rassicura.
E quante Maddalene esistono, colpite solo perché hanno qualcosa di diverso che fa rabbia o gola?
Si usano giudizi, inganni, si mente, si ruba, si sottrae a danno di una persona, una società, uno stato... minimizzando la propria responsabilità: "in fondo il mio era solo un sassetto"
(G. Carcasi)
martedì 15 giugno 2010
No tuti i mati xe in manicomio
Il bello è che ognuno di noi, di solito, avendo un alto concetto della propria rispettabilità, concorda circa la verità di questo proverbio (esulando momentaneamente dal fatto che i manicomi non ci sono più) pensando che si riferisca agli altri, e mai a se stesso...
[proverbio veneziano]
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[proverbio veneziano]
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mercoledì 9 giugno 2010
La nausea
L'intellettuale parigino Antoine Roquentin si trasferisce a Bouville, piccolo centro di provincia, per completare un libro di storia. Ma qui improvvisamente la sua percezione della realtà comincia a cambiare: gli oggetti che lo circondano gli danno un senso di nausea, il lavoro lo deprime, la vita cittadina gli appare squallida e insensata.
Prende allora ad annotare in un diario tutti i suoi stati d'animo, mentre la nausea si fa sempre più forte. Annotate le sue ricerche, Antoine sta per cedere definitivamente, quando si accorge che ascoltando della musica il grave malessere che lo travaglia scompare d'incanto. Si rende conto allora che forse solo "creando" per via artistica (e nel suo caso, letteraria) si può riuscire a giustificare la propria esistenza di fronte a se stessi e al mondo.
Scritto nel 1938, La nausea è considerato il romanzo-manifesto dell'esistenzialismo francese: narrazione filosofica per eccellenza, nutrita delle ricerche e degli studi che Sartre andava parallelamente compiendo (da Heidegger a Jasper a Husserl), racconta la gestazione di una vocazione letteraria che ha tutto l'aspetto dell'ultima spiaggia concessa all'individuo per acquistare un senso del sé che non sia del tutto fallimentare. La letteratura può costituire una pur precaria forma di salvezza, ma resta minaccioso e oscuro il Moloch enorme, sordo e cieco della vita reale, che insorge insieme alla frattura originaria dell'esistere, e che riverbera sul destino di ognuno l'ombra di un incolmabile e decisivo difetto d'essere.
"L’uomo è condannato ad essere libero: 'condannato' perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia 'libero', perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa."
Jean-Paul Sartre (1905-1980)
Prende allora ad annotare in un diario tutti i suoi stati d'animo, mentre la nausea si fa sempre più forte. Annotate le sue ricerche, Antoine sta per cedere definitivamente, quando si accorge che ascoltando della musica il grave malessere che lo travaglia scompare d'incanto. Si rende conto allora che forse solo "creando" per via artistica (e nel suo caso, letteraria) si può riuscire a giustificare la propria esistenza di fronte a se stessi e al mondo.
Scritto nel 1938, La nausea è considerato il romanzo-manifesto dell'esistenzialismo francese: narrazione filosofica per eccellenza, nutrita delle ricerche e degli studi che Sartre andava parallelamente compiendo (da Heidegger a Jasper a Husserl), racconta la gestazione di una vocazione letteraria che ha tutto l'aspetto dell'ultima spiaggia concessa all'individuo per acquistare un senso del sé che non sia del tutto fallimentare. La letteratura può costituire una pur precaria forma di salvezza, ma resta minaccioso e oscuro il Moloch enorme, sordo e cieco della vita reale, che insorge insieme alla frattura originaria dell'esistere, e che riverbera sul destino di ognuno l'ombra di un incolmabile e decisivo difetto d'essere.
"L’uomo è condannato ad essere libero: 'condannato' perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia 'libero', perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa."
Jean-Paul Sartre (1905-1980)
martedì 1 giugno 2010
Induismo
A differenza del cristianesimo o dell’islamismo, l’induismo non riconosce un Dio trascendente dal quale emanano leggi e comandamenti a cui attenersi, nell’induismo l’esperienza religiosa è l’esperienza personale del divino, dell’Universale, dello Spirito che si incarna nello spirito individuale.
La Via della realizzazione o dell’illuminazione consiste quindi nel riconoscere attraverso l’esperienza mistica che l’anima individuale (Atman) è essenzialmente un’emanazione dell’anima universale (Brahman).
Nell’induismo non esiste il concetto di creazione iniziale, ma la creazione è in continuo divenire, l’Universo è la danza di Brahman che ballando crea la realtà.
Il popoloso e complicato pantheon indù è, con le dovute e importanti differenze culturali, formalmente analogo a quello della Grecia classica. Ma mentre per i Greci gli dei rappresentano i detentori di un potere da cui è possibile ottenere protezione, nell’induismo essi rappresentano dei tramiti che consentono di accostarsi all’esperienza del divino. La personificazione della divinità serve, da un lato, a evocare la potenza che la divinità stessa incarna e dall’altro a propiziarsi l’esperienza necessaria attraverso i sacrifici e le pratiche rituali.
Krishna è l’incarnazione del divino che assume sembianze terrene scegliendo le proprie reincarnazioni nei momenti di oscurità delle vicende umane. Nel rivelarsi, Krishna riferisce a se stesso l’esperienza religiosa attraverso la quale riconoscere, realizzare e celebrare il divino che è in noi e liberarci così dal ciclo doloroso delle morti e delle rinascite in cui ogni esistenza è condizionata dalle azioni compiute nelle vite precedenti.
Il concetto di karma è centrale nella visione induista e merita qualche parola di approfondimento. Molto spesso in Occidente si tende ad assimilare il significato di karma a quello di destino. In realtà il karma non ha niente a che vedere con la predestinazione: il significato letterale del termine è ‘azione’ ma, ancora una volta, questo significa ben poco per un occidentale che non ha nel suo dizionario, come nella sua cultura, alcuna parola che esprima questo concetto.
Nella dottrina indù il karma è il risultato vivente, qui e ora, dell’insieme delle nostre azioni passate e presenti: una specie di testimonianza storica di tutte le nostre vite passate che si incorpora nel nostro attuale stato di esistenza. Più precisamente il karma è l’insieme delle azioni passate e presenti della nostra mente ed è, in queso senso, un filo che lega tutte le esistenze passate in una ‘coerenza’ spesso dolorosa. Spezzare questo ciclo equivale, in termini psicologici, a spezzare la coazione a ripetere e a liberarci dalla necessità di ricalcare gli stessi errori o gli stessi comportamenti che ci rendono infelici.
E’ importante sottolineare che se le nostre azioni precedenti condizionano il nostro presente, questo non significa che la nostra vita è già segnata e immodificabile, ma, al contrario, producendo un ‘buon’ karma nel presente possiamo modificare la nostra condizione futura.
La Via attraverso cui raggiungere questa dimensione non è necessariamente una tecnica di meditazione o la ricerca di un rituale più sofisticato o più elevato, ma è l’acquisizione di un punto centrale e profondo del nostro essere dal quale la visione del divino corrisponde a quell’armonia interiore che si manifesta nell’amore e nell’accettazione di tutto ciò che è presente. Sarà quindi questo amore che, manifestandosi nella nostra vita, produrrà karma positivo, quindi un ulteriore passo verso la liberazione.
La Via della realizzazione o dell’illuminazione consiste quindi nel riconoscere attraverso l’esperienza mistica che l’anima individuale (Atman) è essenzialmente un’emanazione dell’anima universale (Brahman).
Nell’induismo non esiste il concetto di creazione iniziale, ma la creazione è in continuo divenire, l’Universo è la danza di Brahman che ballando crea la realtà.
Il popoloso e complicato pantheon indù è, con le dovute e importanti differenze culturali, formalmente analogo a quello della Grecia classica. Ma mentre per i Greci gli dei rappresentano i detentori di un potere da cui è possibile ottenere protezione, nell’induismo essi rappresentano dei tramiti che consentono di accostarsi all’esperienza del divino. La personificazione della divinità serve, da un lato, a evocare la potenza che la divinità stessa incarna e dall’altro a propiziarsi l’esperienza necessaria attraverso i sacrifici e le pratiche rituali.
Krishna è l’incarnazione del divino che assume sembianze terrene scegliendo le proprie reincarnazioni nei momenti di oscurità delle vicende umane. Nel rivelarsi, Krishna riferisce a se stesso l’esperienza religiosa attraverso la quale riconoscere, realizzare e celebrare il divino che è in noi e liberarci così dal ciclo doloroso delle morti e delle rinascite in cui ogni esistenza è condizionata dalle azioni compiute nelle vite precedenti.
Il concetto di karma è centrale nella visione induista e merita qualche parola di approfondimento. Molto spesso in Occidente si tende ad assimilare il significato di karma a quello di destino. In realtà il karma non ha niente a che vedere con la predestinazione: il significato letterale del termine è ‘azione’ ma, ancora una volta, questo significa ben poco per un occidentale che non ha nel suo dizionario, come nella sua cultura, alcuna parola che esprima questo concetto.
Nella dottrina indù il karma è il risultato vivente, qui e ora, dell’insieme delle nostre azioni passate e presenti: una specie di testimonianza storica di tutte le nostre vite passate che si incorpora nel nostro attuale stato di esistenza. Più precisamente il karma è l’insieme delle azioni passate e presenti della nostra mente ed è, in queso senso, un filo che lega tutte le esistenze passate in una ‘coerenza’ spesso dolorosa. Spezzare questo ciclo equivale, in termini psicologici, a spezzare la coazione a ripetere e a liberarci dalla necessità di ricalcare gli stessi errori o gli stessi comportamenti che ci rendono infelici.
E’ importante sottolineare che se le nostre azioni precedenti condizionano il nostro presente, questo non significa che la nostra vita è già segnata e immodificabile, ma, al contrario, producendo un ‘buon’ karma nel presente possiamo modificare la nostra condizione futura.
La Via attraverso cui raggiungere questa dimensione non è necessariamente una tecnica di meditazione o la ricerca di un rituale più sofisticato o più elevato, ma è l’acquisizione di un punto centrale e profondo del nostro essere dal quale la visione del divino corrisponde a quell’armonia interiore che si manifesta nell’amore e nell’accettazione di tutto ciò che è presente. Sarà quindi questo amore che, manifestandosi nella nostra vita, produrrà karma positivo, quindi un ulteriore passo verso la liberazione.
venerdì 28 maggio 2010
La ragione del sacrificio
Fu il Buddhismo a cercare di stroncare, dovunque si espanse, la consuetudine dei sacrifici.
Per millenni l’intera umanità aveva praticato come rito essenziale e fonte di conoscenza l’immolazione di uomini e d’animali. Talvolta il sacrificio poté essere un suicidio (si ricordino le squadre di suicidi che nella Cina arcaica sgomentavano il nemico), talvolta si sacrificò una parte del corpo.
E’ un rito nato forse dall’esperienza immemorabile dell’animale più esposto del branco straziato dalle unghie e dalle zanne del predatore: reso sacro. Preservava i compagni perché la fame placata ammansiva la fiera. Immolazione e salvezza che furono poi trasposte al rapporto con gli dei.
La parola ‘divinità’ designa in latino anche la divinazione, il sacrificio che apre le porte all’intuito del futuro: rem divinam facere significava ‘offrire il sacrificio’, ottenere preveggenza e salvezza.
Ancora oggi i popoli africani rimasti fedeli alle religioni indigene, ritengono che il sacrificio rappresenti il cuore della religione, del rapporto con le divinità. Si intravede anche la natura intima delle immolazioni, come quando la persona che deve beneficiare del sangue versato si veste, in trance, delle viscere strappate alla vittima, sì da identificarsi con essa ovvero con la divinità che fruisce dell’uccisione (anche i sacerdoti aztechi indossavano la pelle insanguinata del sacrificato).
La cristianità divelse, apparentemente, ogni sacrificio antico, ma ci riuscì perché pose al centro della sua vita la contemplazione di una tortura deliberata, il culto di un sangue redentore e l’assunzione delle sofferenze come tributo sacrificale a Dio, che sconta così il peccato ereditario dell’uomo. In fondo nella Messa si ‘mangia’ Gesù. E il vino inebria, così preservando il trasalimento estatico del sacrificatore.
L’Islam abolì per parte sua i sacrifici antichi dell’Arabia, mantenne però almeno una festa annuale in cui scorre con esuberanza il sangue delle vittime e ingiunse un sacrificio animale da compiere durante il pellegrinaggio alla Mecca.
Soltanto l’illuminismo, oltre al buddhismo, escluse il culto sacrificale, ma l’applicazione delle idee illuministe celebrò decapitazioni ininterrotte e campagne militari che dovevano sorreggere lo Stato rivoluzionario.
Il sacrificio attuava il sacro, dava la sensazione del tremendo e affascinante, convocava la divinità, suscitava un’allucinazione e procurava il cibo. Ma, soprattutto, l’uccisione della vittima schiudeva l’accesso ad altri mondi.
Si dubita comunque che dall’ideologia sacrificale ci si possa mai affrancare socialmente: le milizie della guerra mantengono intatte le idee arcaiche, celebrano la scommessa sulla sopravvivenza, ci si offre alla morte e dopo la prova rimarrà memoria del sacrificio nella piazza del paese, la terra sarà consacrata dal sangue versato. La continuità degli dei patrii così si conferma, né potrebbe perpetuarsi in assenza di sacrifici.
Il sacrificio ammette, con lo sgomento che provoca, al mondo delle forme formanti, sottrae a quello delle forme formate. La mitologia d’ogni popolo configura a modo suo, secondo l’immaginazione atavica particolare, quelle forme supreme.
Anche la storia civile recente è per una parte ingente l’esecuzione di atti politici che sedano o scatenano questo potenziale.
Ogni comunità si fonda su uno spettacolo di puro strazio, su una spendita gratuita di sangue.
Lo sanno bene i mass-media che per fare audience bisogna parlare appunto di sangue
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Per millenni l’intera umanità aveva praticato come rito essenziale e fonte di conoscenza l’immolazione di uomini e d’animali. Talvolta il sacrificio poté essere un suicidio (si ricordino le squadre di suicidi che nella Cina arcaica sgomentavano il nemico), talvolta si sacrificò una parte del corpo.
E’ un rito nato forse dall’esperienza immemorabile dell’animale più esposto del branco straziato dalle unghie e dalle zanne del predatore: reso sacro. Preservava i compagni perché la fame placata ammansiva la fiera. Immolazione e salvezza che furono poi trasposte al rapporto con gli dei.
La parola ‘divinità’ designa in latino anche la divinazione, il sacrificio che apre le porte all’intuito del futuro: rem divinam facere significava ‘offrire il sacrificio’, ottenere preveggenza e salvezza.
Ancora oggi i popoli africani rimasti fedeli alle religioni indigene, ritengono che il sacrificio rappresenti il cuore della religione, del rapporto con le divinità. Si intravede anche la natura intima delle immolazioni, come quando la persona che deve beneficiare del sangue versato si veste, in trance, delle viscere strappate alla vittima, sì da identificarsi con essa ovvero con la divinità che fruisce dell’uccisione (anche i sacerdoti aztechi indossavano la pelle insanguinata del sacrificato).
La cristianità divelse, apparentemente, ogni sacrificio antico, ma ci riuscì perché pose al centro della sua vita la contemplazione di una tortura deliberata, il culto di un sangue redentore e l’assunzione delle sofferenze come tributo sacrificale a Dio, che sconta così il peccato ereditario dell’uomo. In fondo nella Messa si ‘mangia’ Gesù. E il vino inebria, così preservando il trasalimento estatico del sacrificatore.
L’Islam abolì per parte sua i sacrifici antichi dell’Arabia, mantenne però almeno una festa annuale in cui scorre con esuberanza il sangue delle vittime e ingiunse un sacrificio animale da compiere durante il pellegrinaggio alla Mecca.
Soltanto l’illuminismo, oltre al buddhismo, escluse il culto sacrificale, ma l’applicazione delle idee illuministe celebrò decapitazioni ininterrotte e campagne militari che dovevano sorreggere lo Stato rivoluzionario.
Il sacrificio attuava il sacro, dava la sensazione del tremendo e affascinante, convocava la divinità, suscitava un’allucinazione e procurava il cibo. Ma, soprattutto, l’uccisione della vittima schiudeva l’accesso ad altri mondi.
Si dubita comunque che dall’ideologia sacrificale ci si possa mai affrancare socialmente: le milizie della guerra mantengono intatte le idee arcaiche, celebrano la scommessa sulla sopravvivenza, ci si offre alla morte e dopo la prova rimarrà memoria del sacrificio nella piazza del paese, la terra sarà consacrata dal sangue versato. La continuità degli dei patrii così si conferma, né potrebbe perpetuarsi in assenza di sacrifici.
Il sacrificio ammette, con lo sgomento che provoca, al mondo delle forme formanti, sottrae a quello delle forme formate. La mitologia d’ogni popolo configura a modo suo, secondo l’immaginazione atavica particolare, quelle forme supreme.
Anche la storia civile recente è per una parte ingente l’esecuzione di atti politici che sedano o scatenano questo potenziale.
Ogni comunità si fonda su uno spettacolo di puro strazio, su una spendita gratuita di sangue.
Lo sanno bene i mass-media che per fare audience bisogna parlare appunto di sangue
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