Lo scettico si rivela ancora una volta dialettico, poiché conosce il compiacimento e la soddisfazione di chi usa il proprio non-sapere per rendersi facile la vita. Sa che può accadere di avvalorare, con uno snobismo non privo di presunzione, la relatività di ogni conoscenza e l'irresponsabilità di ogni azione. Prende così di mira il moderno atteggiamento dell'eroica "resistenza davanti al nulla", ma anche l'esaltazione del fallimento per il fallimento, sempre così di moda. La sartriana passion inutile, capace di favorire sogni tranquilli, è riconosciuta e condannata dagli scettici contemporanei.
Lo scettico e il nichilista che diffidano della razionalità senza cuore, senza però esserne colpiti nella razionalità del cuore, sono antitetici alla scepsi. Non si tratta di sfumature ma di contraddizioni. Spesso si leggono citazioni che lamentano la miseria e l'impotenza dell'uomo, scelte come motto dello scetticismo moderno, ma solamente se si coniuga con la sua grandezza, la miseria dà vita all'inquietudine dell'uomo. La miseria come rifugio lacrimevole e rassicurante non basta da sola.
Che la propria condizione esistenziale ci distragga concependo noi stessi come un fatto tra gli altri, ci induce a dimenticarci del problema. Che però questa indifferenza sonnacchiosa, spacciata per filosofia scettica, si presenti come eroico nichilismo e finga grandezza, è davvero intollerabile.
mercoledì 6 luglio 2011
giovedì 9 giugno 2011
Noi abbiamo inventato la felicità
"Che cos'è amore? e creazione? e anelito?" così domanda l'uomo e strizza l'occhio.
La terra sarà diventata piccola e su di essa saltellerà l'ultimo uomo.
"Noi abbiamo inventato la felicità" dicono gli ultimi uomini e strizzano l'occhio.
Essi hanno lasciato le contrade dove la vita era dura: perché ci vuole calore.
Ammalarsi e essere diffidenti è ai loro occhi una colpa: guardiamo dove si mettono i piedi.
Folle chi ancora inciampa nelle pietre e negli uomini!
Un po' di veleno ogni tanto: ciò rende gradevole i sogni. E molto veleno alla fine, per morire gradevolmente.
Si continua a lavorare, perché il lavoro intrattiene. Ma ci si dà cura che l'intrattenimento non sia troppo impegnativo.
Non si diventa più né ricchi né poveri: ambedue le cose sono troppo fastidiose.
Chi vuol ancora governare? Chi obbedire?
Nessun pastore e un sol gregge: tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali.
Chi sente diversamente va da sé al manicomio.
"Una volta erano tutti matti" dicono i più raffinati e strizzano l'occhio.
Oggi si è intelligenti e si sa per filo e per segno come sono andate le cose, così la materia di scherno è senza fine.
Sì, si litiga ancora, ma si fa pace presto, per non guastarsi lo stomaco.
Una vogliuzza per il giorno e una per la notte, salva restando la salute.
"Noi abbiamo inventato la felicità" dicono gli ultimi uomini e strizzano l'occhio.
(Nietzsche)
La terra sarà diventata piccola e su di essa saltellerà l'ultimo uomo.
"Noi abbiamo inventato la felicità" dicono gli ultimi uomini e strizzano l'occhio.
Essi hanno lasciato le contrade dove la vita era dura: perché ci vuole calore.
Ammalarsi e essere diffidenti è ai loro occhi una colpa: guardiamo dove si mettono i piedi.
Folle chi ancora inciampa nelle pietre e negli uomini!
Un po' di veleno ogni tanto: ciò rende gradevole i sogni. E molto veleno alla fine, per morire gradevolmente.
Si continua a lavorare, perché il lavoro intrattiene. Ma ci si dà cura che l'intrattenimento non sia troppo impegnativo.
Non si diventa più né ricchi né poveri: ambedue le cose sono troppo fastidiose.
Chi vuol ancora governare? Chi obbedire?
Nessun pastore e un sol gregge: tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali.
Chi sente diversamente va da sé al manicomio.
"Una volta erano tutti matti" dicono i più raffinati e strizzano l'occhio.
Oggi si è intelligenti e si sa per filo e per segno come sono andate le cose, così la materia di scherno è senza fine.
Sì, si litiga ancora, ma si fa pace presto, per non guastarsi lo stomaco.
Una vogliuzza per il giorno e una per la notte, salva restando la salute.
"Noi abbiamo inventato la felicità" dicono gli ultimi uomini e strizzano l'occhio.
(Nietzsche)
martedì 7 giugno 2011
Scepsi e scetticismo
Il vero seguace della scepsi non è scettico per pigrizia spirituale, ma perché diffida dei concetti troppo sottili e delle definizioni filosofiche e teologiche. E per tale diffidenza ha due motivi di fondo.
In primo luogo dubita che il debole intelletto umano - a meno di non essere arrogante o folle - possa avvicinarsi di più alla verità tramite l'iperesattezza.
Inoltre riconosce nel filosofo e nel teologo solo un peccaminoso desiderio di polemizzare, che rappresenta per lui soltanto una variante folle dell'incapacità di amare e delle vanità dominanti.
"Cosa c'è che vada esente da errore?"
In Erasmo la stultitia (pazzia) si rivela essere l'opposto di ciò che sembra di primo acchito: da follia del mondo diventa la saggezza stessa, quella saggezza che è più alta di ogni ragione umana, e perciò viene considerata pazzia soltanto dalla ragione umana! Anche in Nicola Cusano, e persino in Socrate, si trova la "dotta ignoranza" che sola consente di mettere in discussione il sapere razionale e la sua arroganza.
Il "profano" (in Cusano l'"idiota"), i "fanciulli" (nel Vangelo), il "sapere di non sapere" (in Socrate), sono l'essenza stessa della scepsi.
In primo luogo dubita che il debole intelletto umano - a meno di non essere arrogante o folle - possa avvicinarsi di più alla verità tramite l'iperesattezza.
Inoltre riconosce nel filosofo e nel teologo solo un peccaminoso desiderio di polemizzare, che rappresenta per lui soltanto una variante folle dell'incapacità di amare e delle vanità dominanti.
"Cosa c'è che vada esente da errore?"
In Erasmo la stultitia (pazzia) si rivela essere l'opposto di ciò che sembra di primo acchito: da follia del mondo diventa la saggezza stessa, quella saggezza che è più alta di ogni ragione umana, e perciò viene considerata pazzia soltanto dalla ragione umana! Anche in Nicola Cusano, e persino in Socrate, si trova la "dotta ignoranza" che sola consente di mettere in discussione il sapere razionale e la sua arroganza.
Il "profano" (in Cusano l'"idiota"), i "fanciulli" (nel Vangelo), il "sapere di non sapere" (in Socrate), sono l'essenza stessa della scepsi.
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domenica 5 giugno 2011
Le bugie dei poeti
"E a volte mi capita di trovare nella mia colombaia un uccello sperduto, che non è mio e trema al tocco della mia mano. Ma che ti disse una volta Zarathustra? Che i poeti mentono troppo? Ma anche Zarathustra è un poeta. E credi tu allora che egli abbia detto il vero? E perché lo credi? La fede non mi fa beato, specialmente la fede in me. Ma posto che qualcuno abbia detto sul serio che i poeti mentono troppo: ebbene, ha ragione, noi mentiamo! Noi sappiamo anche troppo poco e non siamo bravi ad imparare, così non possiamo non mentire. E chi di noi poeti non ha mai adulterato il proprio vino?"
(Così parlò Zarathustra - Nietzsche)
(Così parlò Zarathustra - Nietzsche)
lunedì 23 maggio 2011
Errori incancellabili
"Colui che si dispera nella debolezza, ossia l'infelice che si rende dipendente dalla fortuna, non può credere che l'eternità riserbi per lui una consolazione; l'ostinazione non vuole nemmeno sentir parlare della consolazione dell'eternità che, infatti, segnerebbe la sua fine come disperato.
Egli vuole rappresentare proprio un'obiezione contro l'intera esistenza.
In termini figurati: è come se uno scrittore incorresse in un errore di ortografia (forse non si tratta nemmeno di un errore, ma di qualcosa che fa parte essenzialmente, in un senso molto più alto, dell'intera rappresentazione) e questo errore, ora conscio della propria scorrettezza, si arrabbiasse con l'autore e per odio gli vietasse di correggere lo scritto e gli dicesse come giustificazione assurda: "No, non voglio essere cancellato, voglio rimanere lì come testimone contro di te, testimone del fatto che tu sei un cattivo scrittore!".
(S. Kierkegaard)
Egli vuole rappresentare proprio un'obiezione contro l'intera esistenza.
In termini figurati: è come se uno scrittore incorresse in un errore di ortografia (forse non si tratta nemmeno di un errore, ma di qualcosa che fa parte essenzialmente, in un senso molto più alto, dell'intera rappresentazione) e questo errore, ora conscio della propria scorrettezza, si arrabbiasse con l'autore e per odio gli vietasse di correggere lo scritto e gli dicesse come giustificazione assurda: "No, non voglio essere cancellato, voglio rimanere lì come testimone contro di te, testimone del fatto che tu sei un cattivo scrittore!".
(S. Kierkegaard)
martedì 17 maggio 2011
La Nuova Atlantide
La nostra epoca è, per molti aspetti, una sorta di Nuova Atlantide. E' qualcosa che imbeve fin nei dettagli la nostra esistenza di oggi: il dominio degli apparati e dei tecnocrati; le scienze dello spirito che diventano un'attività di lusso, un parco naturale protetto; l'ovvia equiparazione della scienza al dominio della natura in vista di uno scopo; la propaganda per promuovere un'autocoscienza planetaria che viene percepita come necessaria ma inattuabile. Poi l'atteggiamento generale di considerare l'universo all'insegna di quello che si potrebbe denominare "comfort cosmico".
Certo, tutto ciò non ha più niente a che fare con le "domande ultime" di Platone, "somme idee" ormai fuori moda. Ci troviamo piuttosto nel baconiano "magazzino della natura". Solo di tanto in tanto ci spaventiamo del fatto che il mondo tecnicizzato venga reso disponibile ad un essere umano che paga con una sorta di dissociazione schizofrenica della personalità questo oblio delle antiche domande sul senso e sul fondamento ultimi.
Come Nietzsche già sapeva: "Le acque delle religioni straripano e lasciano dietro a sé paludi e stagni. Oggi sulla Terra si decide soltanto ascoltando le forze più rozze e malvagie, l'egoismo degli imprenditori e la follia dei dittatori militari".
Le coscienze più sensibili soffrono di tutto ciò, ritengono che, invece del regnum hominis, oggi sia la regressione alla superstizione, ormai generalizzante, a essere divenuto superiore all'uomo, così che lo invade un pudore prometeico, quando riflette sul fatto che le decisioni importanti possano venir delegate ad un computer.
Penso che avremo a che fare ancora a lungo con noi stessi e con la nostra consapevolezza che sapere significa potere. Ma è che non sappiamo che farcene.
Certo, tutto ciò non ha più niente a che fare con le "domande ultime" di Platone, "somme idee" ormai fuori moda. Ci troviamo piuttosto nel baconiano "magazzino della natura". Solo di tanto in tanto ci spaventiamo del fatto che il mondo tecnicizzato venga reso disponibile ad un essere umano che paga con una sorta di dissociazione schizofrenica della personalità questo oblio delle antiche domande sul senso e sul fondamento ultimi.
Come Nietzsche già sapeva: "Le acque delle religioni straripano e lasciano dietro a sé paludi e stagni. Oggi sulla Terra si decide soltanto ascoltando le forze più rozze e malvagie, l'egoismo degli imprenditori e la follia dei dittatori militari".
Le coscienze più sensibili soffrono di tutto ciò, ritengono che, invece del regnum hominis, oggi sia la regressione alla superstizione, ormai generalizzante, a essere divenuto superiore all'uomo, così che lo invade un pudore prometeico, quando riflette sul fatto che le decisioni importanti possano venir delegate ad un computer.
Penso che avremo a che fare ancora a lungo con noi stessi e con la nostra consapevolezza che sapere significa potere. Ma è che non sappiamo che farcene.
giovedì 12 maggio 2011
Penso quindi sono inconsapevole
- Ejaku domandò a Enen: "Come ti chiami?" ed Enen rispose: "Ejaku", a cui Ejaku replica: "Ejaku sono io!" ma Enen osserva: "Il mio nome suona Enen", facendo scoppiare Ejaku in una gran risata. -
I due collidono perché in ogni incontro scoppia la dualità ragione-irrazionalità, male-bene, nero-bianco. Per risolvere il dilemma entrambi gli interlocutori devono riconoscere la possibilità d'essere sia tutt'uno che differenti l'uno dall'altro, anteriori alle loro persone e posteriori al loro essere.
La dipendenza da una divinità o da una norma morale, non sono che aspetti della dipendenza dal proprio io, soltanto il concetto del vuoto può proiettare nel regno del 'io come me', 'tu come te', 'io come te', 'tu come me', dove sia io che tu che la legge morale saranno simili a fiori che crescono separatamente ma i cui profumi si fondono in uno: ecco la risata di Ejaku, il suo ecce homo.
Io penso quindi sono inconsapevole.
I due collidono perché in ogni incontro scoppia la dualità ragione-irrazionalità, male-bene, nero-bianco. Per risolvere il dilemma entrambi gli interlocutori devono riconoscere la possibilità d'essere sia tutt'uno che differenti l'uno dall'altro, anteriori alle loro persone e posteriori al loro essere.
La dipendenza da una divinità o da una norma morale, non sono che aspetti della dipendenza dal proprio io, soltanto il concetto del vuoto può proiettare nel regno del 'io come me', 'tu come te', 'io come te', 'tu come me', dove sia io che tu che la legge morale saranno simili a fiori che crescono separatamente ma i cui profumi si fondono in uno: ecco la risata di Ejaku, il suo ecce homo.
Io penso quindi sono inconsapevole.
lunedì 2 maggio 2011
La ruota della sofferenza
L'ignoranza opera come un seminatore. L'azione karmica (i fattori di composizione) motivata dall'ignoranza è simile al seme. E, come la terra in cui viene piantato il seme, la coscienza al momento della causa riceve l'istinto di questo karma accumulato. Come il seme viene nutrito da acqua, concime, calore e umidità, allo stesso modo bramosia e attaccamento attivano il karma mettendolo in grado di produrre un risultato.
Invecchiamento, morte e rinascita, ove siano applicabili, sono un'altra componente degli anelli risultanti di ciò che è stato propulso. Se, ad esempio, accumuliamo karma negativo, nella nostra mente viene depositato il relativo istinto, poi quando moriamo il nostro attaccamento attiva il karma negativo determinando il tipo di rinascita seguente. Invecchiamento e morte derivano dalla rinascita; i fattori di composizione derivano dall'ignoranza; la sofferenza deriva dall'ignoranza.
Il ciclo si ripete e la ruota della vita gira senza interruzione. Questa è la ruota della sofferenza.
Invecchiamento, morte e rinascita, ove siano applicabili, sono un'altra componente degli anelli risultanti di ciò che è stato propulso. Se, ad esempio, accumuliamo karma negativo, nella nostra mente viene depositato il relativo istinto, poi quando moriamo il nostro attaccamento attiva il karma negativo determinando il tipo di rinascita seguente. Invecchiamento e morte derivano dalla rinascita; i fattori di composizione derivano dall'ignoranza; la sofferenza deriva dall'ignoranza.
Il ciclo si ripete e la ruota della vita gira senza interruzione. Questa è la ruota della sofferenza.
giovedì 21 aprile 2011
Sotto il dominio del principio della realtà
L'uomo animale diventa un essere umano soltanto in virtù d'una trasformazione fondamentale della sua natura, che incide non solo sulle sue mete istintuali, ma anche sui "valori" istintuali". Freud ha descritto questo cambiamento come la trasformazione del principio del piacere in principio della realtà. La differenza tra queste due dimensioni è tanto di ordine genetico-storico, quanto di ordine strutturale. L'inconscio, governato dal principio del piacere, comprende i processi più antichi e primari; essi lottano unicamente per conquistare piacere. Ma il principio del piacere, non frenato, entra in conflitto con l'ambiente naturale e umano. L'individuo è presto costretto ad accorgersi in modo traumatico che una soddisfazione piena e indolore dei suoi bisogni è impossibile. Dopo l'esperienza di questa delusione, diviene dominante un nuovo principio di funzionamento psichico. Il principio della realtà si sovrappone al principio del piacere: l'uomo impara a rinunciare a un piacere momentaneo, incerto e distruttivo, in favore di un piacere soggetto a costrizioni, differito ma "sicuro".
Ma l'interpretazione psicoanalitica rivela che il principio della realtà impone un mutamento non soltanto della forma e del momento del piacere, ma anche della sua sostanza vera e propria. L'adattamento del piacere al principio della realtà implica il soggiogamento e la deviazione del potere distruttore della soddisfazione istintuale, la repressione del suo aspetto incompatibile con le norme della società.
Coll'istituirsi del principio della realtà l'essere umano diventa un Io organizzato. Ora lotta per "ciò che è utile". Sotto il principio della realtà, l'essere umano sviluppa la funzione della ragione.
Ma d'ora in poi né i suoi desideri, né la sua alterazione della realtà gli apparterranno più: ora sono organizzati dalla sua società.
Se l'assenza di repressione è l'archetipo della libertà, la civiltà è la lotta contro questa libertà.
Una sola attività del pensiero è scissa dalla nuova organizzazione dell'apparato psichico, e rimane libera dal dominio del principio della realtà: la fantasia.
Ma l'interpretazione psicoanalitica rivela che il principio della realtà impone un mutamento non soltanto della forma e del momento del piacere, ma anche della sua sostanza vera e propria. L'adattamento del piacere al principio della realtà implica il soggiogamento e la deviazione del potere distruttore della soddisfazione istintuale, la repressione del suo aspetto incompatibile con le norme della società.
Coll'istituirsi del principio della realtà l'essere umano diventa un Io organizzato. Ora lotta per "ciò che è utile". Sotto il principio della realtà, l'essere umano sviluppa la funzione della ragione.
Ma d'ora in poi né i suoi desideri, né la sua alterazione della realtà gli apparterranno più: ora sono organizzati dalla sua società.
Se l'assenza di repressione è l'archetipo della libertà, la civiltà è la lotta contro questa libertà.
Una sola attività del pensiero è scissa dalla nuova organizzazione dell'apparato psichico, e rimane libera dal dominio del principio della realtà: la fantasia.
venerdì 1 aprile 2011
Sulle ali del caso
Che l'uomo sia l'essere che è stato uomo, che egli non sia mai attivo sotto i nostri occhi, ma che l'atto libero sia una condizione necessaria del suo passato, questa è la speranza della disperazione.
Ma persino questo non è certo.
Ad ogni modo, cosa fanno gli uomini? Ebbene, questi burattini sono proiettati da un campo di forza all'altro, qui cadono, lì volano in cielo. Accade che essi esplodano come palloncini, o che si spezzino la schiena contro il fondo degli abissi.
Ma chi muove i fili? è solo il caso o hanno un certo margine di scelta? possono, grazie alla loro destrezza, evitare una corrente mortale lasciandosi trascinare al momento giusto da un'altra?
L'uomo è una foglia morta o un piccolo velivolo?
Ma persino questo non è certo.
Ad ogni modo, cosa fanno gli uomini? Ebbene, questi burattini sono proiettati da un campo di forza all'altro, qui cadono, lì volano in cielo. Accade che essi esplodano come palloncini, o che si spezzino la schiena contro il fondo degli abissi.
Ma chi muove i fili? è solo il caso o hanno un certo margine di scelta? possono, grazie alla loro destrezza, evitare una corrente mortale lasciandosi trascinare al momento giusto da un'altra?
L'uomo è una foglia morta o un piccolo velivolo?
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