giovedì 12 maggio 2011

Penso quindi sono inconsapevole

- Ejaku domandò a Enen: "Come ti chiami?"  ed Enen rispose: "Ejaku", a cui Ejaku replica: "Ejaku sono io!"  ma Enen osserva: "Il mio nome suona Enen", facendo scoppiare Ejaku in una gran risata. -
I due collidono perché in ogni incontro scoppia la dualità ragione-irrazionalità, male-bene, nero-bianco. Per risolvere il dilemma entrambi gli interlocutori devono riconoscere la possibilità d'essere sia tutt'uno che differenti l'uno dall'altro, anteriori alle loro persone e posteriori al loro essere.
La dipendenza da una divinità o da una norma morale, non sono che aspetti della dipendenza dal proprio io, soltanto il concetto del vuoto può proiettare nel regno del 'io come me', 'tu come te', 'io come te', 'tu come me', dove sia io che tu che la legge morale saranno simili a fiori che crescono separatamente ma i cui profumi si fondono in uno: ecco la risata di Ejaku, il suo ecce homo.
Io penso quindi sono inconsapevole.

lunedì 2 maggio 2011

La ruota della sofferenza

L'ignoranza opera come un seminatore. L'azione karmica (i fattori di composizione) motivata dall'ignoranza è simile al seme. E, come la terra in cui viene piantato il seme, la coscienza al momento della causa riceve l'istinto di questo karma accumulato. Come il seme viene nutrito da acqua, concime, calore e umidità, allo stesso modo bramosia e attaccamento attivano il karma mettendolo in grado di produrre un risultato.
Invecchiamento, morte e rinascita, ove siano applicabili, sono un'altra componente degli anelli risultanti di ciò che è stato propulso. Se, ad esempio, accumuliamo karma negativo, nella nostra mente viene depositato il relativo istinto, poi quando moriamo il nostro attaccamento attiva il karma negativo determinando il tipo di rinascita seguente. Invecchiamento e morte derivano dalla rinascita; i fattori di composizione derivano dall'ignoranza; la sofferenza deriva dall'ignoranza.
Il ciclo si ripete e la ruota della vita gira senza interruzione. Questa è la ruota della sofferenza.

giovedì 21 aprile 2011

Sotto il dominio del principio della realtà

L'uomo animale diventa un essere umano soltanto in virtù d'una trasformazione fondamentale della sua natura, che incide non solo sulle sue mete istintuali, ma anche sui "valori" istintuali". Freud ha descritto questo cambiamento come la trasformazione del principio del piacere in principio della realtà. La differenza tra queste due dimensioni è tanto di ordine genetico-storico, quanto di ordine strutturale. L'inconscio, governato dal principio del piacere, comprende i processi più antichi e primari; essi lottano unicamente per conquistare piacere. Ma il principio del piacere, non frenato, entra in conflitto con l'ambiente naturale e umano. L'individuo è presto costretto ad accorgersi in modo traumatico che una soddisfazione piena e indolore dei suoi bisogni è impossibile. Dopo l'esperienza di questa delusione, diviene dominante un nuovo principio di funzionamento psichico. Il principio della realtà si sovrappone al principio del piacere: l'uomo impara a rinunciare a un piacere momentaneo, incerto e distruttivo, in favore di un piacere soggetto a costrizioni, differito ma "sicuro".
Ma l'interpretazione psicoanalitica rivela che il principio della realtà impone un mutamento non soltanto della forma e del momento del piacere, ma anche della sua sostanza vera e propria. L'adattamento del piacere al principio della realtà implica il soggiogamento e la deviazione del potere distruttore della soddisfazione istintuale, la repressione del suo aspetto incompatibile con le norme della società.
Coll'istituirsi del principio della realtà l'essere umano diventa un Io organizzato. Ora lotta per "ciò che è utile". Sotto il principio della realtà, l'essere umano sviluppa la funzione della ragione.
Ma d'ora in poi né i suoi desideri, né la sua alterazione della realtà gli apparterranno più: ora sono organizzati dalla sua società.
Se l'assenza di repressione è l'archetipo della libertà, la civiltà è la lotta contro questa libertà.
Una sola attività del pensiero è scissa dalla nuova organizzazione dell'apparato psichico, e rimane libera dal dominio del principio della realtà: la fantasia.

venerdì 1 aprile 2011

Sulle ali del caso

Che l'uomo sia l'essere che è stato uomo, che egli non sia mai attivo sotto i nostri occhi, ma che l'atto libero sia una condizione necessaria del suo passato, questa è la speranza della disperazione.
Ma persino questo non è certo.
Ad ogni modo, cosa fanno gli uomini? Ebbene, questi burattini sono proiettati da un campo di forza all'altro, qui cadono, lì volano in cielo. Accade che essi esplodano come palloncini, o che si spezzino la schiena contro il fondo degli abissi.
Ma chi muove i fili? è solo il caso o hanno un certo margine di scelta? possono, grazie alla loro destrezza, evitare una corrente mortale lasciandosi trascinare al momento giusto da un'altra?
L'uomo è una foglia morta o un piccolo velivolo?

venerdì 25 marzo 2011

L'ordine naturale serve il disordine morale?

Tutti ripetono, da migliaia di anni, che ci sono delle costanti e che bisogna fidarsi: agire è obbedire alle leggi fisiche per poterle governare.
Ma tutte le costanti su cui facciamo leva, si trasformano in capricci sfuggenti. Se il mondo è volubile e i mezzi più affidabili si trasformano imprevedibilmente, se l'ordine naturale serve il disordine morale, allora l'uomo è solo un incubo.
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venerdì 18 marzo 2011

Perché accanirsi a dipingere l'invisibile?

Nel Quattrocento la pittura conquista la profondità, ma conquistare non basta, bisogna occupare. Gli oggetti, grandi o piccoli, vengono sottoposti ad un ordine rigoroso, ma restano piatti. La distanza che li separa è solo un simbolo, una linea retta che pretende di conficcarsi nel muro e si limita ad arrampicarsi di sbieco nella tela. E' possibile fare di più? Dopo tutto è il paradosso della pittura: fare stare tre dimensioni in due.
Ogni generazione crede di cogliere la terza e di introdurla nei quadri, ma la generazione successiva non si fa ingannare e mostra ai suoi predecessori che non hanno afferrato nulla.. In tempi recenti  una delle fonti del cubismo è stata la ricerca di una nuova dimensione: ci si poneva al medesimo tempo davanti e dietro lo specchio, per sorprendere il rovescio delle carte e la faccia nascosta della realtà. Una volta invecchiati, li si è accusati di aver tracciato solo dei segni.
In certi pittori astratti mi sembra di trovare l'orgoglio inverso: rinunciano a questa ricerca vana e coltivano il loro giardino. Poiché si tratta di un piano, produrrà dei fiori piani; tanto peggio, la bellezza non si misura dal numero delle dimensioni.
Il problema è che la profondità assomiglia all'amore, uccello ribelle: non la volete più, ed è là...
Le soluzioni non cesseranno di essere false e non si cesserà di inventarne di nuove: l'arte è il luogo geometrico delle nostre contraddizioni.
Bisogna esser matti per dipingere, o per scrivere.

martedì 15 marzo 2011

Boezio e la Filosofia consolatrice

Le riflessioni più speculative circa l'essere unitario della divinità si accompagnano spesso con osservazioni sulla vita e l'esperienza umana. Questo vale, per esempio, anche per le "consolazioni" che si riferiscono al problema della teodicea. Ricordiamo la protesta di Giobbe: "Perché esiste il male, se Dio è buono?" o ancora: perché in questo mondo la fortuna arride così spesso ai malvagi? A quanto pare la filosofia elude il problema con un'argomentazione puramente formale: se Dio, che è l'essere, è buono e beato, allora il male non può che essere interpretato come un non essere.
Questa concezione di origine neoplatonica può essere avvalorata da un'osservazione psicologica alla Dostoevskij: il malvagio nella sua viziosa ossessione, fa proprio ciò che fondamentalmente non vuole. Sartre esprime lo stesso concetto con altre parole: il vizio è trovare piacere a rovinarsi.
Il malvagio, quindi, che di fatto perde il proprio "sé", somiglia a chi si fa schiavo della Fortuna: le sue passioni lo mettono in conflitto con l'autentica conoscenza di sé, in un certo senso si sconfigge da solo.
Alla Filosofia consolatrice però, che non può ancora fare appello alla psicanalisi, basterà citare Platone che, con il mito della caverna, ha rappresentato l'uomo prigioniero dei propri meccanismi mentali e la sua difficoltà a staccarsene.
Boezio arriva ad estremizzare il concetto: "Un torto, a chiunque sia fatto, costituisce infelicità non per chi lo riceve, ma per chi lo fa. Eppure gli avvocati si comportano in maniera opposta: essi infatti si sforzano di suscitare nei giudici compassione per coloro che hanno subito qualche ingiustizia, mentre la compassione sarebbe più giustamente dovuta a coloro che l'hanno compiuta; e sarebbe bene che a portarli in giudizio fossero accusatori non incolleriti, ma piuttosto benigni, e aperti alla compassione, come si fa con i malati che si portano dal medico, perché possano liberarsi della parte malata di colpa".
Ma Boezio continua, e a questo punto si interroga sul libero arbitrio, poiché se tutti gli avvenimenti fossero retti da una rigorosa casualità, nessuna colpa avrebbe più un responsabile, e tutta l'umanità verrebbe assolta per "incapacità di intendere e di volere".
La distinzione tra provvidenza e predeterminazione per Boezio non rappresenta solo il rifiuto del determinismo, del fatalismo, ma la presa di coscienza della propria libertà fin nella cella del condannato a morte. Il ragionamento speculativo ha dunque in primo luogo un significato esistenziale. Il fatalismo, per esempio quello stoico, avrebbe dettato a Boezio una ricetta più semplice: darsi un contegno, essere più forte del destino, "uno scoglio immobile nel mare in tempesta" come Seneca. Ma non è questo che a lui importa. Egli vuole superare la disperazione restando se stesso, in armonia con la provvidenza, ma sentendosi un uomo libero, lucido, assennato, senza il dolore solipsistico di chi si è chiuso in se stesso.

venerdì 4 marzo 2011

La mimica emotiva

La mimica emotiva pare avere un doppio senso: conferisce alle contrazioni muscolari un'apparenza di intenzione, un senso premeditato, ma un attimo dopo, non appena la si riconsidera, rivela la sua verità: è un essere preso in prestito, senza efficacia, un epifenomeno; nel migliore dei casi essa denuncerebbe la plumbea necessità che ci schiaccia e il margine sottile che essa lascia alle nostre scelte.
In quest'ultimo caso, il tentativo abortito di lanciare uno sguardo indietro sarebbe lo sfruttamento fugace di un bilanciamento riequilibratore. Comunque sia, l'impotenza della mimica emotiva rivela la profondità della nostra schiavitù: le nostre anime sono troppo piccole e i nostri corpi troppo pesanti.

venerdì 18 febbraio 2011

Gli artigli delle idee

La parola "idea" designa il contrario di un concetto astratto. Quest'ultimo, ripulito fino all'osso, possiede in proprio le sue designazioni e i suoi simboli: se dovessimo rappresentarlo basterebbe scegliere tra la metafora e l'allegoria.
Vissuta, sofferta, sempre presente ma raramente intravista, l'idea è invece come la linea della vita, un movimento a spirale che va dalla nascita alla morte, siamo noi stessi ed è il mondo, o meglio il nostro rapporto con esso.
I sensi, storpiati dalle nostre ignoranze e da quelle della nostra epoca, quanto dal sapere e dai miti, sono spesso muti, talvolta deliranti, ingannevolmente profetici. O, piuttosto, questi tre stati si uniscono e si condizionano circolarmente: il sentimento li penetra, essi sono ragione e conseguenza. La loro pratica restringe o dilata, a seconda delle necessità e dei fini, questo insieme confuso, oscuro a se stesso. Esso illumina l'azione e vi si iscrive; per quanto chiaro possa apparire un atto, le sue vestigia sono segnate da una insensatezza della Ragione, Ragione superata e resa prematura da un'Idea.
Se è vero che si riconosce una bestia dall'impronta dei suoi artigli, bisogna cercarne attentamente i segni.

lunedì 14 febbraio 2011

Fuga e trascendenza

Non mi rimane altra scelta che questa sorta di "passione inutile" e inopportuna che vale come fuga e trascendenza, questa passione notturna e sorda della parte per il tutto, come un vento di tenebra che soffia attraverso un cuore squarciato.
Questa trascendenza dell'ego è un poco trasgressiva: partorisce l'informe, il grottesco, che non è altro se non il rovescio della paura di fronte alla libertà del creare.
La solitudine e l'abbandono spaventano, resta così questa inquietudine dell'essere in responsabilità di fronte all'uomo, in un processo che diventa parte del gioco del vivere, avendo cura di scegliere i propri giudici! Una sorta di partita truccata che sarà la "riuscita sociale", da scambiare astutamente con una "vittoria mistica".