sabato 17 gennaio 2015

Je suis Charlie, ovvero: esiste un Islam moderato



Io non sono cristiano. Per me la religione è sinonimo di ignoranza e oscurantismo medievale. Faccio davvero fatica a realizzare che nel terzo millennio ci siano ancora così tante persone che credano in dio. Ma tant'è.
L'umanità troverà la pace solo il giorno in cui (finalmente) spariranno le religioni dalla faccia della Terra.
Questo comunque non toglie che io accetti e rispetti le persone che decidono di dedicare la propria vita a qualcosa che nessuno può dimostrare che esista. Lo trovo pazzesco, ma lo rispetto. In fondo, se non fai del male a nessuno, sono affari tuoi.
Per inciso, io non sono ateo. Essere atei è, secondo me, un atto di fede al pari dell'essere religioso, perché così come nessuno può dimostrare che dio esiste, nessuno può dimostrare che dio non esiste. Per quanto mi riguarda mi riconosco nel pensiero di Socrate: so di non sapere.
So che non posso sapere con assoluta certezza se dio esiste oppure no, quindi non escludo a priori nessuna delle due ipotesi, ma nemmeno le abbraccio ciecamente.

Per quanto riguarda la satira, oggetto di forti critiche per un suo presunto valore offensivo, non è in realtà affatto offensiva in sé, sta al destinatario della satira capire che si tratta appunto solo di satira.
Uno dei segnali più chiari di intelligenza è proprio la capacità di saper ridere di se stessi. Una delle cause dei problemi del mondo sta appunto nel fatto che le persone si prendono troppo sul serio (un indice tra l'altro di egocentrismo).
E in ogni caso, se proprio la satira ti da fastidio, nessuno ti obbliga a leggerla!
Se a me un film non piace, semplicemente non vado al cinema a vederlo. Non posso e non devo impedire ad un regista di fare quel film, lui deve essere libero di farlo, ma io sono altrettanto libero di non andarlo a vedere.
Tu puoi fare lo stesso: non leggere la satira.
Me se invece vuoi impedire a qualcuno di farla, allora diventi un dittatore e soffochi la libertà di espressione e con lei la democrazia.
Affermare "Je suis Charlie" vuol dire essere a favore della democrazia e della libera espressione ed essere contro il terrorismo e ogni altra forma di repressione.
Il senso della vignetta con Maometto che dice “Je suis Charlie” è riconoscere che esiste un islamismo moderato che (si spera) è contro il terrorismo.




sabato 3 gennaio 2015

I Bagni di Poggio Bracciolini e le origini della psicanalisi





Baden è una città che al giorno d'oggi si trova nei confini della Svizzera settentrionale, cantone di Argovia, tedesco Aargau. Da non confondere col Baden, regione storica della Germania occidentale, né con la città tedesca che sta nel Baden e che si chiama Baden-Baden. Poi c'è una città chiamata Baden anche in Austria. In tedesco Baden vuol dire "bagni".
Nel 1416 è ai bagni di Baden in Argovia, Poggio Bracciolini, e in data 18 maggio scrive una lettera, per descrivere i bagni di Baden, ad un amico fiorentino, Niccolò Niccoli.
Lettera in latino, come tutte quelle che scrive in questi anni. Lettera divertente, che rivela un uomo pieno di curiosità. Maggiori e più minute curiosità di quante aveva rivelato il Petrarca assistendo a bagni di diverso tipo più a nord, a Colonia.
Poggio Bracciolini ha curiosità di un tipo che oggi potremmo definire antropologico, ma per lui vedere i bagni di Baden è anche una soddisfazione "umanistica".
Poggio Bracciolini ha idee chiare sull'importanza del denaro: la rinuncia alla ricchezza è rinuncia alla possibilità di operare bene e nobilmente. Su questo, ovviamente, è in aperto contrasto col suo coetaneo Bernardino da Siena, al quale non risparmia attacchi violenti.
Son le "passioni" letterarie che fanno di Poggio Bracciolini un grande nella storia dell'insulto. Le sue polemiche con i colleghi umanisti Lorenzo Valla e Francesco Filelfo sono di una violenza smisurata.
Nel 1453 torna a Firenze per ricoprire la carica di cancelliere. Ma tutto il potere è ora in mano a Cosimo de' Medici il Vecchio. La carica di cancelliere è un vuoto nome.
Nella sua villa, la Valdarnina, tutto solo tra le sue lapidi latine, Poggio Bracciolini mette insieme un libretto di stile quasi epigrafico, duro, di schegge aguzze e taglienti: Confabulationes, propriamente "conversazioni" ma in senso più vasto "frammenti di chiacchiere, battute, motti, barzellette. Titolo italiano: Facezie.
Per una nemesi singolare, le Facezie sono la sola opera a cui, presso i lettori comuni, sia raccomandata la fama di Poggio Bracciolini: sul fondamento di una aneddotica comico-pornografica.
Nelle Facezie c'è anche una vena novellistica, ma soprattutto un'analisi sagace e pungente dello spirito umano e della sua psicologia.

Questa l'introduzione scritta dall'autore stesso:

Io penso che saranno molti che daranno biasimo a questi discorsi, sia come cose di niun conto ed indegne de la gravità dell'uomo, sia perché essi vi cercassero maggiore eleganza nel dire e piú animato lo stile. Ma se io loro risponda di aver letto che i nostri maggiori, uomini di grandissima prudenza e dottrina, di giuochi, di facezie e di favole si dilettarono e non si ebbero biasimo ma lode, credo che abbastanza avrò fatto per ricuperare la loro stima. Imperocché chi vorrà credere che io abbia fatta cosa turpe imitandoli in questo, non ponendolo nelle altre cose, e dando a le cure de lo scrivere quel tempo che gli altri perdono ne le società e ne la conversazione, quando principalmente non sia questo lavoro indecoroso e qualche piacere possa dare al lettore? Ed è cosa onorevole et necessaria anzi, ed ebbero per essa lode i filosofi, sollevare l'animo nostro oppresso da molestie e da pensieri e trarlo alla gioia ed alla allegria con qualche lieta ricreazione. Però ricercare l'alto stile ne le piccole cose, o in queste che si hanno a esprimere con la parole propria e faceta, o per riferire ciò che altri disse, sembra cosa di troppa noia. Poiché vi son certe cose che non amano maggiore ornamento e vogliono invece esser dettate quali vennero da chi parlando le disse.

Giova ricordare che le Facezie di Poggio Bracciolini furono lette ed amate anche da Leonardo da Vinci.
Ne riportiamo qui una, in testo integrale (tradotto dal latino):


XXIV DI UNA FEMMINA MATTA
Una femmina del mio paese, che pareva matta, era condotta da suo marito e da' parenti a una certa fattucchiera, per opera della quale credeasi di poterla curare; e per passare l'Arno la posero a cavalcioni dell'uomo più forte; ma ecco in questa ella imprese a muoversi sulle spalle dell'uomo similmente a' cani in calore, e a gridare ripetutamente: «Io voglio l'uomo, suvvia, datemi l'uomo». E con queste parole mostrò la ragion del suo male. Colui che la portava scoppiò a rider sì forte che cadde con la donna nell'acqua; e tutti gli altri ne risero, e conobbero che a medicar quel male non eravi bisogno d'incantesimi, ma di quell'altra cosa, e con questa sarebbe ella tornata in sanità; e volti verso il marito: «Tu, dissero, sei il miglior medico di tua moglie». E se ne tornarono tutti, e dopo che il marito fu seco e la contentò, ella tornò sana di mente. Questo, del resto, è il miglior rimedio della pazzia delle donne.

Freud non ha inventato niente.






lunedì 29 dicembre 2014

Il papa poeta e i vampiri di Transilvania



A Francoforte nel 1442 l'imperatore Federico III d'Asburgo incorona d'alloro il poeta Enea Silvio Piccolòmini.
I Piccolomini sono una grande famiglia di Siena. 
Sorvolo su una Siena in chiave Piccolomini, che pure mi tenta assai, perché quando nasce Enea Silvio, nel 1405, i Piccolomini sono esuli da Siena per ragioni politiche, e se ne stanno andando nel loro castello di Corsignano.
Corsignano al giorno d'oggi non c'è più: sarà Enea Silvio Piccolomini in persona a cambiargli nome quando sarà papa. La chiamerà Pienza (oggi comune di Siena). Se visiterete Pienza capirete l'errore in cui cadono molti, dicendo che il papa Pio II ha costruito una nuova vera e propria benché minuscola città, il delizioso avanzo di un sogno rinascimentale. Nulla di tutto ciò. Il papa Pio II, appena eletto, commissiona allo scultore e architetto Bernardo Rossellino la costruzione di una chiesa e di alcuni palazzi intorno alla piazzetta davanti alla chiesa. La chiesa è realizzata su uno strapiombo e richiede subito lavori di consolidamento, tuttora in corso. I palazzi sono costruiti per ordine del papa a spese di vari cardinali. Al palazzo Piccolomini si deve aggiungere un'ala per le cucine, che non erano state previste nel progetto. Nel progetto non è stato previsto il resto della città.
Per la storia dell'urbanistica Pienza non ha molto peso (mentre ha peso Palma, fondata dai veneziani nel 1593, al giorno d'oggi Palmanova, in provincia di Udine).
Se vi piace coltivare certi pensieri, potete pensare che Enea Silvio Piccolomini, diventato Pio II, ha voluto distruggere il castello di Corsignano in cui Enea Silvio era nato. C'è una frase di Pio II che dice: dimenticate Enea, prendetevi Pio (anche se, per Virgilio, Enea era per antonomasia pio: pius Aeneas)
Nell'anno 1442, a Francoforte, Enea Silvio Piccolomini è incoronato per cose empie.
Dopo aver studiato a Siena, Enea Silvio ha lasciato la città dei suoi nel 1431, al seguito di un cardinale, alla volta del concilio di Basilea. Incaricato di varie missioni corre in lungo e in largo per l'Europa, passando da un protettore all'altro fino a trovarsi nell'insolita posizione di segretario simultaneo del papa, dell'antipapa e dell'imperatore.
L'imperatore, il Federico III d'Asburgo da cui siamo partiti, incorona il poeta Enea Silvio per il divertimento che il multiforme senese dà alla sua corte, con opere latine più o meno erotiche.
Pochi anni dopo, Enea Silvio Piccolomini, abbraccia la carriera ecclesiastica. Prende gli ordini ed è subito vescovo di Trieste; nel 1456 è cardinale di Siena.
Nel 1458 muore il papa Callisto III. Il cardinale Enea Silvio Piccolomini viene eletto papa con il nome di Pio II. 
Per trovare un altro papa a nome Pio, bisogna risalire all'anno 140 dC.
Pio II ha cinquantanni, e fa tante cose.
Per esempio, come abbiamo visto, distrugge il castello di Corsignano, dove è nato, e cambia il nome al luogo: Pienza, dal proprio nuovo nome.
Trova anche il tempo per scrivere una autobiografia, Commentarii rerum memorabilium quae temporibus suis contigerunt, “cronache di cose memorabili successe ai suoi tempi”.
Non lasciatevi ingannare dalla brevità del presente articolo. I Commentarri di Pio II sono uno dei più bei libri del Quattrocento. Dell'intera storia della letteratura italiana. Certamente l'unica opera che valga la pena di leggere tra le infinite degli “umanisti esclusivi” (scrittori e poeti che scrivono “esclusivamente” in latino).
I Commentarii di Pio sono una lettura di notevole valore storico. "Pio II" - dice Creighton - "è il primo scrittore che tentò di rappresentare il presente come sarebbe apparso ai posteri, che applicò coscientemente una concezione scientifica della storia alla spiegazione e all'organizzazione degli eventi".
Enea Silvio Piccolomini, che ora è Pio II, ha una forte consapevolezza del fatto che l'autobiografia è un genere plurale. Parte col dichiarato proposito di lasciare un'immagine di sé da contrapporre a quella che i suoi molti nemici ne vengono divulgando, ma nel lavoro della scrittura sul dichiarato proposito prevale il divertimento della confusione.
Già la Crònica di Salimbene (1250) è un libro mirabilmente disordinato, quanto ad argomenti, ma il tono è costante. Nei Commentarii di Pio II sono mirabilmente confusi anche i toni. Accanto alla pagina riposata, alla descrizione elaborata, premono annotazioni concitate e fulminee, riflessioni strozzate, enumerazioni secche. Interruzioni, riprese, salti d'argomento.
Parla Enea, parla Pio, parla la folla accozzata dell'io.
C'è il primo testo fondamentale della storia del canottaggio, e c'è la prima testimonianza sui vampiri della Transilvania.









sabato 6 dicembre 2014

Don Chisciotte e il ronzino letterario














Quando si parla di un ronzino, molti pensano subito a Ronzinante, il cavallo di Don Chisciotte, il personaggio creato dalla fantasia di Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616), autore del capolavoro, in lingua spagnola, della letteratura mondiale El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha.
E' la storia di un nobiluomo di campagna, Alonso Quijana, che a forza di parlare e di discutere di cavalleria e della gran virtù dei cavalieri antichi, riassetta le vecchie armi degli avi e parte in cerca di avventure tentando di ripercorrere  le "regis Arturis pulcherrimae ambages". Tra l'altro, ribattezza il suo magro e decrepito cavallo Rucinante, cioè Ronzinante.
Cervantes ha voluto fissare nel nome del destriero di don Chisciotte le qualità del povero animale trascinato in avventure bislacche. In spagnolo rocin significa cavallo di razza inferiore o di scarto, adatto soprattutto a portare bagagli (un ronzino, appunto). In francese antico era roucin, in provenzale rossin o roci, in portoghese rossim, tutti con il significato di cavallo di poco pregio. Quindi Ronzinante deriva da rocin.
Nella bassa latinità esisteva una forma runcinus, e in italiano è presente anche la definizione rozza per cavallo da poco conto, mentre nel tedesco antico vi sono le forme hros e ros.
Cervantes doveva sapere che il nome ronzino aveva profonde radici nella letteratura medievale trovadorica, quindi ben si adattava alle imprese di don Chisciotte. La parola roncì, compare infatti in un periodo anteriore al 1194 nel Contrasto con la donna genovese del poeta provenzale Rambaut de Vaqueiras. I versi di chiusura con cui la donna congeda in malo modo il trovatore che l'ha corteggiata invano, dicono infatti: "Juiar, ne serò con tego - Possa a te cal de mi - Meill varà, per San Martì - S'andai a ser Opetì - Que dar v'à fors'un roncì - Car sei juiar". "Non sarò tua" dice la popolana genovese "ed è meglio che tu vada da Obizzo Malaspina, che per San Martino forse ti regalerà un ronzino, perché sei un giullare".
Era tradizione per San Martino far doni ai poveri, e la donna non ha riguardi nel tacciare il poeta di giullare (invece che trovatore) e di mandarlo da un marchese benefattore per farsi dare una cavalcatura degna del suo rango, un ronzino, perché possa girare di corte in corte, di piazza in piazza, a cantare i sirventesi altrui.
E che Rambaut disponesse di un ronzino lo si apprende da un altro contrasto, questa volta con il marchese Alberto Malaspina. Il trovatore è già diventato cavaliere al servizio di Bonifacio di Monferrato, e nella lite in versi il marchese gli dice: "Que puis montez de roussin en destrier - non fesetz colp d'espaza ni de lansa" ("Da quando siete passato dal ronzino al destriero, non avete più combattuto"), versi che mostrano la differenza tra i due cavalli, che erano indice del grado della scala sociale nel feudalesimo.
Don Chisciotte quindi si crede un cavaliere errante, ma ha mantenuto come cavalcatura un ronzino, un cavalo di poco pregio che sottolinea l'abbaglio che il suo padrone ha preso nel voler rivivere un'epoca ormai tramontata.






venerdì 22 agosto 2014

Aldino, aggettivo patronimico





Il più grande stampatore italiano di tutti i tempi fu indubbiamente Aldo Manuzio, detto il Vecchio, nato a Bassiano di Velletri intorno al 1450 e morto a Venezia nel 1515.

Con l'aiuto finanziario di Alberto Pio, principe di Carpi, riuscì a fondare a Venezia nel 1489 la famosa tipografia che portò la fama dell'Italia in tutta Europa.
Venne pertanto definito con l'aggettivo patronimico di aldino tutto ciò che rese Aldo Manuzio famoso nei secoli e che individua una precisa tipologia di libro uscito dalla sua officina grafica: il carattere da stampa aldino, le edizioni aldine e le rilegature aldine. Queste ultime sono distinte da due particolari elementi decorativi: il lineare (essenzialmente formato da linee rette o curve, dette filetti aldini) e l'ornamentale, costituito da foglie stilizzate, fiori e nodi, creati da piccoli ferri (detti appunto ferri aldini), il tutto impresso con lamina d'oro su cuoi di vari colori.
Le edizioni aldine, ricercatissime dai bibliofili per la loro bellezza tipografica e la loro incomparabile correttezza dei testi, sono contraddistinte dal celebre marchio dell'àncora con un delfino avvinghiato che si trova sul frontespizio.
Tra le edizioni aldine più note, ricordiamo le opere di Aristotele in 5 volumi in-folio, le opere di Virgilio in 8° del 1501, la Divina Commedia del 1502, pubblicata col titolo Le terze rime di Dante, e il romanzo allegorico Hypnerotomachia Poliphili, attribuito a Francesco Colonna.
Aldo Manuzio inventò il carattere tipografico "corsivo", che prese il nome di carattere aldino, e, fuori Italia, di italico o di lettere veneziane o cancelleresco (perché imitazione del carattere amanuense in uso nelle cancellerie dell'epoca). Si dice che Manuzio volle ispirarsi alla perfettissima scrittura di Francesco Petrarca, che lo stampatore ebbe modo di ammirare da manoscritti originali, restandone affascinato.
Tale fu il successo di questo nuovo carattere che Manuzio chiese e ottenne dal Senato di Venezia una concessione di privilegio in tutto il territorio della Serenissima.
Ancora oggi in tipografia esiste un particolare carattere da stampa tondo e corsivo detto aldino in onore di Aldo Manuzio.


domenica 3 agosto 2014

Bologna: notai e poeti, anche erotici


A Bologna, nel 1265, ricoprono in coppia la carica di podestà i due frati gaudenti Loderigo e Catalano.
Con provvedimento statutario del 26 aprile i due podestà rendono obbligatori certi registri, detti libri memorialium o memorialia communis, o più brevemente "memoriali": registri in cui ciascun notaio deve semestralmente trascrivere i contratti e i testamenti che ha erogato.
Se tra un contratto o un testamento e il successivo restano spazi bianchi, questi devono in qualche modo essere anneriti con una scrittura purchessia, per assicurarsi che in data successiva qualcuno non scriva un altro contratto o testamento, truffaldinamente.
Questo annerimento degli spazi bianchi è un fatto suggestivo. Già i monaci benedettini che trascrivevano testi nel medioevo antico, annerivano qualche spazio bianco con proprie considerazioni personali, come i ragazzi a scuola che fanno disegnini sui quaderni o sui banchi. Altri lo fanno sui muri. Si possono scoprire tante motivazioni di certi gesti. Chi ha studiato la psicologia dei solutori di parole incrociate, crede di poter dire che il piacere di questa folla solitaria stia tutta nel riempire spazi vuoti.
I notai a Bologna, nel Duecento, inventano un modo peculiare di riempire gli spazi bianchi dei memoriali resi obbligatori da Loderigo e Catalano. Ci trascrivono poesie.
Altre città dopo Bologna adotteranno l'obbligo dei memoriali, ma solo a Bologna gli spazi bianchi verranno riempiti con poesie.
Quali poesie? Prevalentemente ballate anonime, popolareggianti, facili, magari anche un po' audaci, ma anche poesie d'autore.
Nel 1287 un notaio, Enrichetto delle Querce, trascrive un sonetto (o forse lo scrive sapendolo a memoria). E' un sonetto che comincia con: "Non mi porìano già mai fare ammenda". Sappiamo con certezza il nome dell'autore: Dante Alighieri.
"Ammenda" fa rima con "Garisenda", la torre che a Bologna c'è ancora, con questo nome, al giorno d'oggi. Della torre Garisenda Dante tornerà a parlare nell'Inferno (31.136). Nel 1287 Dante ha ventidue anni.
I memoriali costituiscono dunque una rara antologia di poesie che devono godere di una certa popolarità, e, caso unico, ogni singola poesia si trova ad essere esattissimamente datata, cadendo dopo un contratto o un testamento datato. Naturalmente trattasi di data del momento in cui la poesia ha raggiunto notorietà, non di data in cui la poesia è stata composta, ma è già molto.
E' anche un modo per tenere d'occhio cosa leggevano o cosa imparavano a memoria i notai di Bologna. Nel 1282, ad esempio, troviamo due poesie notevoli per un certo erotismo. Nella prima si parla di una ragazza che vorrebbe trovare un amante. Nella seconda si narra di una donna maritata che vuole organizzare una piccola orgia con la cognata.










giovedì 26 giugno 2014

Una volta leggevano tutti ad alta voce

Alcuni documenti attestano a Bologna fra il 1112 e il 1125, l'attività di un giurista chiamato Wernerius o Warnerius, poi noto come Irnerio.
Questo Irnerio si considera il fondatore della scuola di diritto di Bologna.
Irnerio restaura lo studio del Codice (latino) di Giustiniano, che per secoli era stato dimenticato. Giustiniano I, imperatore d'Oriente, è quello che vediamo nel mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna.
Non tutti sono d'accordo nel dire che ai tempi di Irnerio ci sia già a Bologna qualcosa che si possa chiamare "università". Sembra che si debba arrivare ai primi anni del Duecento per avere la certezza che a Bologna ci siano strutture universitarie di studi legali e di studi retorici (considerati preparatori agli studi legali).
Propriamente universitas indica un gruppo di persone che si danno una qualche organizzazione professionale; si chiama universitas una corporazione; si chiama universitas anche un gruppo di docenti e di studenti. Un luogo dove agiscano vari docenti e vari studenti si chiama Studium generale. I primi studia generalia europei, come quelli di Bologna, di Parigi e di Oxford, ricevono privilegio di fondazione dal papa o dall'imperatore.
Le principali materie di studio sono la teologia, il diritto civile e canonico, la medicina. E gli studi retorici, che, come dicevamo, sono considerati preparatori agli studi legali.
Gli studi retorici vanno in questi secoli sotto il nome di ars dictandi o artes dictandi, arte (o arti) del dettare.
Se ci pensate, o se guardate un buon vocabolario, "dettare" ha ancor oggi vari significati. Partendo da quello di "dire parola per parola quelle che un altro deve scrivere" si arriva a "comporre" o "scrivere".
Già in latino dictare, iterativo di dicere, "dire", significava "comporre", e in particolare "scrivere lettere". Qui ci sono due cose che non funzionano bene nella nostra mente. Prima di tutto lo scriver lettere, che non fa più nessuno, e poi il fatto in sé di dire, di parlare ad alta voce. Parlare ad alta voce un tempo era un'operazione che interveniva anche nella lettura. Una volta forse leggevano tutti ad alta voce, anche quando erano soli.
In ebraico c'è una sola parola per designare il "leggere" e il "gridare".
Sant'Agostino nelle Confessioni racconta lo stupore con cui per la prima volta a Milano vide uno che leggeva mentalmente. Era Sant'Ambrogio.
Per noi si sono scardinati i rapporti tra le tre attività fondamentali del parlare, del leggere, dello scrivere...
Per finire, saranno termini tecnici della art dictandi quelli che userà Dante per definire il proprio stile: "I' mi son un che, quando / amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo significando" (Purgatorio 24.52-54); cinque versi sotto l'amore sarà definito dittator, colui che detta.




mercoledì 21 maggio 2014

I libri gialli, i francesi e gli atteggiamenti minoritari

Più o meno tutti abbiamo letto almeno un libro giallo (accezione esclusivamente italiana). C'è chi ne è particolarmente appassionato. Costoro hanno sviluppato un certo gusto per gli indizi e i collegamenti induttivi. Ma anche il lettore monomaniaco di libri gialli può avere un gusto di indizi e di collegamenti induttivi più orientato al piacere della sorpresa e dello stupore che al piacere dell'indagine e della scoperta.
Esemplare da questo punto di vista è un episodio che riguarda un famoso romanzo di Agatha Christie.
Con terminologia presa dagli indovinelli e dai giochi enigmistici, si può distinguere tra "esposizione" e "soluzione" in un romanzo giallo. Ma anche in un romanzo giallo di scuola inglese tradizionale non sembra dimostrato che tutti i lettori tendano a scoprire la "soluzione", sembra piuttosto che si affidino al flusso narrativo, lutulento, dell'"esposizione".
Quel romanzo di Agatha Christie che noi conosciamo in Italia sotto il titolo di "E poi non rimase nessuno", pubblicato nel 1939 in Gran Bretagna col titolo "Ten little niggers" ("Ten little indians" in USA...), fu tradotto in francese nel 1947. Nell'ultima pagina, dove si spiega tutto il trucco, il traduttore francese (o il tipografo francese) saltò un paio di righe. Quel salto fa sì che la "soluzione" rimanga assolutamente incomprensibile. Ebbene, dal 1947 la lacuna è rimasta fino al 1981 (!), in decine di edizioni, in centinaia di migliaia di copie. 
Come mai fra milioni di lettori francofoni non ce n'è stato uno che se ne sia accorto?
Forse chi legge romanzi gialli è un generico lettore di romanzi, e del meccanismo "giallo" non si cura.  Se così fosse, la "lettura attiva" di cui parlano alcuni, resterebbe un'ipotesi, o un atteggiamento fortemente minoritario.
Fortemente minoritario, sembra essere il gusto di capire certe cose.





giovedì 8 maggio 2014

La travagliata conquista di un fiore

A Firenze, tra il 1286 e il 1287, il ventunenne Durante Alighieri (meglio noto come "Dante") scrive un poemetto in 232 sonetti, tradizionalmente intitolato Il Fiore.
Per "fiore" qui si intende l'organo sessuale femminile.
Il poemetto racconta la travagliata conquista di un "fiore", e approda negli ultimi sonetti a un coito forsennato.

Il Fiore non è un'opera originale, bensì il divertito goliardico, svelto riassunto e rimaneggiamento di un romanzo pubblicato in Francia nel 1280: Le Roman de la rose, scritto in lingua d'oil. La storia del Roman de la rose è complicata, nella prima parte può collegarsi alle sottigliezze d'amor cortese dei trovatori provenzali, nella seconda è tutto intrecciato di questioni filosofiche e teologiche. Il Fiore sorvola sulle questioni filosofiche e teologiche ma aggiunge precise denunce politiche delle angherie commesse dai "borghesi sopra li cavalieri"...
Tutto il libro, a parte le polemiche politiche, è francamente osceno, e alcuni punti toccano il gusto della bestemmia. I frequentissimi, turbinosi, brutali francesismi sono da intendere come un'orgia, un oltranzismo di meticciato, di creolo franco-toscano da paragonare col franco-veneto fiorente nel Duecento nell'Italia settentrionale. Con la differenza che il franco-veneto vegeta e striscia nel regno del comico involontario, mentre il franco-toscano del Fiore corre, salta e caprioleggia nel regno del comico volontario.

Alcune anime candide  perdurano nell'aver dubbi sul fatto che il Fiore abbia potuto esser scritto da Dante Alighieri, considerando un sacrilegio questa indegna attribuzione, tenuta nascosta per sette secoli, negata con insolenza belluina.
Capite? Può essere duro immaginare che uno stesso giovanotto abbia scritto, schizofrenicamente, Il FIore e la Vita Nova.
Se "schizofrenicamente" vi sembra avverbio di intollerabile psicologismo, potete cercar di dire la stessa cosa in termini di critica letteraria: "perenne e contraddittoria sperimentalità".
Noi qui confidenzialmente teniamo per buono quel che dicono non da ieri gli studiosi più autorevoli: Il Fiore è di Dante Alighieri. Ma ufficialmente questa affermazione è stata consacrata nell'edizione nazionale delle Opere di Dante Alighieri a cura della società dantesca italiana solo nel 1984.

Se tu, lettore, sei uno studente con una vita organizzata in modo da dover sottostare a interrogazioni e esami, stai attento: se dici come se niente fosse che Il Fiore è di Dante puoi trovare qualcuno che ti sgrida, che ti dà un brutto voto, che ti boccia.




mercoledì 16 aprile 2014

La nascita della letteratura italiana

Alcuni studiosi fanno risalire la nascita della letteratura italiana al 1190.
In quell'anno un trovatore (cantastorie) provenzale, tale Raimbaut de Vaquieras, scrive una poesia che è per metà in "provenzale" (lingua d'oc) e metà in un neo-latino dell'Italia Settentrionale.
La poesia in questione mette in scena un trovatore che si invaghisce di una popolana genovese e gioca su due livelli di linguaggio: il trovatore parla provenzale, la popolana parla in neo-latino. Il trovatore cerca di sedurre la genovese ma non ci riesce.
Per colpa di questa poesia bilingue di Raimbaut de Vaquelras, alcuni studiosi datano nel 1190, a Genova, la nascita della letteratura italiana.

Personalmente trovo interessante, per non dire sintomatico, che la letteratura italiana nasca con la storia di un tizio che riceve picche da una ragazza...