giovedì 16 maggio 2013

Mi sono tolto dalla competizione dell'amore

Ci sono mattine in cui la memoria dei miei fallimenti (anche di episodi lontanissimi, tipo successi alle scuole medie) arriva a svegliarmi e la sofferenza è insopportabile.
Su quelli sentimentali ci si potrebbero fare lunghe dissertazioni, li ho dissezionati peggio di un entomologo. Aver sofferto di depressione e non essere immune da dolorose ricadute però mi ha portato anche qualcosa di positivo, il distacco. Mi sono tolto dalla competizione, probabilmente è auto protezione ma questo mi aiuta paradossalmente ad avere un atteggiamento di maggior apertura verso gli altri, ad essere più amichevole. Non desidero piacere, sono talmente provato e privo di tutto che ormai mi sono educato a non aver più desideri di alcun genere. Ho vissuto notti così fredde che mi si sono congelati persino gli istinti. Essendomi tolto dalla mischia posso permettermi il lusso di superare la timidezza, di essere gentile, perché a un certo punto scompaio, non potendomi permettere niente di più. E non mentendo a me stesso lo so da prima che non posso concedermi il lusso di relazioni troppo ravvicinate...
Per questo mi dico: vivi, vivi senza guardarti indietro, senza lasciar spazio per pensieri di fallimento, costruisci in positivo per la sopravvivenza, per uscire dalla disperazione. Solo fallo senza sognare, con i piedi per terra, conscio di quello che vuoi prima di buttare tutto all’aria. Se hai la forza per cambiare, se hai il desiderio di cambiare, se hai un’idea che vuoi realizzare, non pensare a quello che ti fa male, a quello che ti ha fatto male in passato, dimentica, copri il passato e riparti da zero, costruisci una nuova persona insieme alla nuova vita. Solo mettici management, planning e realistico calcolo delle possibilità e butta alle ortiche i sogni che non servono a niente se non a sbatterci il muso in modo doloroso, checché se ne dica.






giovedì 14 marzo 2013

Le singolarità della vita

In ogni dove sulla Terra, il modello della creazione naturale sembra essere il mare. I monti vi somigliano, lustri, a picco, e quell'altera tinta azzurra. E persino quei praticelli striminziti.
Ciò che impedisce a queste case di mattoni rossi di cadere su questi flutti lagunari è la qualità stantia dei loro interni. Se ne sente l'odore che sbadiglia attraverso i telai a zanzariera. L'odore delle anime è un sostegno per i muri. Altrimenti crollerebbero.
Non farò più niente per recitare le singolarità della vita. Viene fatto già abbastanza bene anche senza la mia personale collaborazione.


sabato 16 febbraio 2013

Un antidoto all'illusione

Ci piace pensare che questa sia un'epoca condannata, che stiamo aspettando la fine. Ci sono già abbastanza ragioni per aver paura senza questi giochetti futili. Spaventare il prossimo è un pessimo genere di esercizio etico.
Ma per venire al punto focale, la difesa e la lode della sofferenza ci condurranno nella direzione sbagliata e chi tra noi è rimasto fedele alla propria natura non deve cascarci. Si deve avere la forza di impiegarlo, il dolore; di pentirsi, di esserne illuminati, se ne deve avere la possibilità, il tempo.
Per i religiosi, l'amore della sofferenza è una forma di gratitudine verso l'esperienza o un'opportunità di sperimentare il male per mutarlo in bene. Essi credono che il ciclo spirituale possa essere completato nel corso dell'esistenza di un uomo, che in qualche modo metterà a frutto la propria sofferenza, non foss'altro negli ultimi momenti della sua vita, allorché la misericordia di Dio la ricompenserà con una visione della verità, ed egli morirà trasfigurato.
Ma questo è un mero esercizio metafisico.
Più comunemente la sofferenza spezza la gente. La schiaccia e si limita ad essere non illuminante.
Gli esseri umani vengono distrutti dal dolore in modo raccapricciante, quando hanno anche in più il tormento di aver perduto prima la loro umanità, di modo che la morte è una sconfitta totale. E perché non dire che le persone di potente immaginazione, inclini a sognare sublimemente e a costruirsi magnifiche finzioni autosufficienti, a volte si volgono alla sofferenza per interrompere bruscamente la loro beatitudine, così come fanno quelli che si pizzicano per vedere se sono svegli.
Io so che la mia sofferenza, se posso parlarne, è stata a volte di questo tipo, una forma più estesa di vita, uno sforzo per raggiungere una vera attenzione e un antidoto all'illusione, e di conseguenza non posso ricevere alcun credito morale.
Sono disposto, senza ulteriore esercizio nel dolore, ad aprire il mio cuore. E ciò non ha bisogno di alcuna dottrina e teologia del dolore. Di mostruosità ne ho avute finché ho voluto. Ne ho abbastanza di questa roba - basta, basta!
Io sono semplicemente un essere umano. Più o meno. Sono persino disposto a lasciare il più o meno nelle mani di qualcuno. Sono certo che saprebbe trovare una metafora bellissima anche per me. Ma non m'azzarderò mai a dare un'interpretazione della sofferenza per nessuno o invocherò l'inferno per renderci più veri.
Penso addirittura che la percezione umana del dolore sia diventata troppo raffinata.


martedì 29 gennaio 2013

Una bella ambiguità

Goffo e inesatto macchinario della pace civile. Paleotecnico: un comune delitto primitivo è all'origine dell'ordine sociale.
Le nevrosi si possono valutare a seconda dell'incapacità di tollerare una situazione ambigua. Posso dichiarare, modestamente, che oggi sono molto più bravo a gestire le ambiguità. Credo di poter dire, comunque, che mi è stata risparmiata la principale ambiguità che affligge i pensatori, e cioè il fatto che le persone civili odiano e detestano la civiltà che rende loro possibile la vita.
Ciò che essi amano è una condizione umana immaginaria inventata da loro stessi e che credono essere l'unica vera umana realtà. Che bizzarria!
Ma la parte meglio trattata, la più favorita e la più intelligente di qualsiasi società è spesso la più ingrata. E tuttavia l'ingratitudine è la sua funzione sociale.
Ecco appunto una bella ambiguità da digerire.


mercoledì 23 gennaio 2013

La Morte è Dio

Ma qual è la filosofia di questa generazione? Non che Dio è morto, questo punto è già stato sorpassato molto tempo fa.
Forse bisognerebbe formularlo così: la Morte è Dio.
Questa generazione pensa (ed è il non plus ultra dei suoi pensieri) che nulla che sia fedele, vulnerabile, delicato possa durare o avere un suo potere.
La morte aspetta queste cose come un pavimento di cemento aspetta una lampadina che sta per cadere. Il fragile involucro di vetro perde il suo vuoto in uno scoppio; e tutto finisce lì.
Ed è così che ci insegniamo la metafisica a vicenda.
Tu credi che la storia sia storia di anime piene d'amore? Sciocco che sei! La storia è la storia della crudeltà. Abbiamo compiuto esperimenti su ogni capacità umana, per vedere quale sia forte e degna d'ammirazione, e siamo arrivati a dimostrare che non lo è nessuna.
Esiste soltanto la praticità.
E' più facile non esistere addirittura, che accusare Dio.
Molto più semplice. Più pulito.




sabato 12 gennaio 2013

Purché ci sia qualcosa di grande

Per se stesso un uomo non ha bisogno di felicità. Egli può sopportare qualsiasi quantità di tormenti - coi ricordi, con le proprie familiari malvagità, con la disperazione.
E' la storia dell'uomo non scritta, la sua vittoria non vista, la sua capacità di fare a meno d'ogni soddisfazione personale purché ci sia qualcosa di grande, qualcosa in cui il suo essere, e tutti gli esseri, possano immergersi per dimenticare se stessi.
Egli non ha bisogno di significato fintanto che tale intensità abbia vastità di raggio sufficiente all'oblio.
Perché allora essa è evidente in sé.
Essa è significato.


giovedì 27 dicembre 2012

Abbiamo ragione di sperare

Fidati, lei avrà certamente trovato qualcuno che la consola, non è certo una che si accascia - come lui, con il suo disordine bambinesco, con quell'infantile paura che aveva piegato e contorto la sua vita in forme curiose.
Scoperto che tutti avevano il dovere di essere indulgenti con questi pasticcioni d'uomini-bambini, puri cuori nella ruvida tela dell'innocenza, e ben volentieri accettando la necessaria quota di conseguenti menzogne, lui si era messo a posto con le sue chicche sentimentali: verità, amicizia, dedizione e amor di patata.
Questo è quanto attualmente sappiamo, ma non è certo la storia intera. S'avvicina appena ai prodromi di una vera coscienza.
La premessa necessaria è che un uomo in certo qual modo è qualcosa di più delle proprie caratteristiche, più di tutte le emozioni, affanni, gusti e opere che si compiace di chiamare "la mia vita".
Abbiamo ragione di sperare che una vita sia qualcosa di più di questa nube di particelle, di questo mero conglomerato di fatti.
Esamina bene ciò che è comprensibile e concluderai che soltanto l'incomprensibile ti fornisce qualche luce.
Qualcosa all'estremo limite del tutto.




sabato 8 dicembre 2012

L'irrazionalità esistenziale della donna

La dialettica del pensiero non contiene nei suoi quadri l'irrazionalità esistenziale dell'amore, la sua negatività logica. La donna e l'amore appartengono alla sfera della vita e dell'immediato, antitetica alla sfera della riflessione e della mediatezza. Inoltre l'uomo, portatore dello spirito, ha come compito di essere assoluto, di agire in modo assoluto, di esprimere l'assoluto, mentre la donna sta nel relativo e nel finito. Tra due esseri tanto differenti non vi può essere una vera azione reciproca, e questa proporzione è lo scherzo, che è venuto nel mondo con la donna. Quindi, in amore, ci si diverte finché si considera la donna come uno scherzo, ma se la si considera come una quantità assoluta, si fa una quantità relativa di se stessi.
Anche sotto questa nuova prospettiva, la donna è l'illogico, lo scherzo, la contraddizione.
Il tema dell'inconsistenza logica ed etica dell'eros e della donna, della loro scintillante, amabile fugacità, fondata su un principio irrazionale, risuona in tutti gli accenti del convivere.
La donna è bella e splendida se è considerata esteticamente, ma non ci si può fermare alla fase estetica se si è uomini veramente, e allora essa diventa una quantità irrazionale. Essa è una cosa così strana, così mista, così composta, che nessun attributo la esprime, e che i molti attributi, se si adoperassero, si contraddirebbero in modo che solamente una donna potrebbe sopportarlo, e, ciò che è peggio, sentirsene felice.
Ma non dicono che la donna crea i poeti, i santi, i geni e gli eroi? è vero, ma in che modo li crea? li crea negandosi. Perché si diventa genio, eroe, poeta o santo per la donna che non si ha.
In questo senso è entusiasmante, ma dirlo senz'altro sarebbe rendersi colpevole di un paralogismo che non potrebbe sfuggire se non ad una donna.
L'idealità è nell'uomo, nella sua proiezione fantastica e illusiva. Ciò che la donna fa in senso positivo non desta idealità; quindi tutta l'importanza della donna è negativa, mentre la sua importanza positiva è nulla, se non dannosa. Essa non se ne accorge e si consola con la sua esuberante immaginazione.


lunedì 26 novembre 2012

L'unica stagione della vita in cui si vive davvero

L'unica stagione della vita in cui si vive davvero.
Tutto ancora da imparare, da interpretare.
Uno sguardo violento, quello dei bambini, senza pregiudizi, amorale.
Dura pochissimo, quello sguardo, si appanna e si incrosta in fretta, ma finché è lì, limpido, si è vivi.
Gli adulti sono tutti morti.
Forse si torna a vivere solo da vecchi, nella vecchiaia estrema, quella al limite, quando non ci si aspetta più niente dagli altri né dalla vita, quando si è di nuovo liberi e violenti, capaci di tutto, se le forze reggono.
I vecchi sanno essere buonissimi e cattivissimi.
Hanno riconquistato il privilegio assoluto di non aver più paura di perdere niente se non la vita stessa, e forse nemmeno quella... come i bambini, finché sono davvero bambini.



domenica 11 novembre 2012

I re sono gli schiavi della storia

Tolstoj disse: "I re sono gli schiavi della storia". Più in alto uno si trova sulla scala del potere, meno spontanee sono le sue azioni.
Per Tolstoj la libertà è interamente individuale. Sarà libero quell'uomo la cui condizione è semplice, veritiera, reale. Essere liberi vuol dire essere liberati dalla limitazione storica.
D'altro canto, Hegel vide l'essenza della vita umana come derivata dalla storia. Storia, memoria, è questo che ci rende umani; questo e la nostra coscienza della morte: "con l'uomo è apparsa la morte". Giacché la conoscenza della morte ci fa desiderare di prolungare le nostre vite a scapito di altre. E' questa la molla della lotta per il potere. Non l'ordine civile, non lo sviluppo elevato del genere umano. Il fine, però, è la libertà.