venerdì 17 febbraio 2012

Il demone dell'ottimismo

Spesso, a chi mi conosce poco, rendo l'impressione di essere un pessimista. In realtà non sono un vero pessimista, dal momento che in qualità di dubitatore (adepto della scepsi) mi è impossibile propendere per la negazione assoluta, così come d'altra parte non posso abbracciare una fede quale che sia.
Ma mentre è evidente a chiunque quanto dannoso sia il pessimismo puro, mi stupisce sempre vedere l'idolatria espressa dai più verso quell'altro demone altrettanto pericoloso: l'ottimismo.
L'ottimismo sembra esser diventato il nuovo oppio dei popoli, dopo la crisi della religione. Questa chimera infantile d'idilliaca armonia, cancella a priori qualsiasi forma di consapevolezza, in una sorta di alterazione che fa perdere ogni riferimento alla realtà, rendendo l'attraversamento della vita pericoloso quanto lanciarsi un una statale ad alta velocità sotto l'effetto di sostanze stupefacenti.
Il problema dell'ottimismo è che si tratta meramente di un filtro attraverso cui guardare la realtà, ma non è strumento per comprenderla. Già Schopenhauer aveva scritto nel 1819: "A questo mondo si è voluto adattare il sistema dell'ottimismo, dimostrandoci che esso è il migliore fra quelli possibili. L'assurdità di questa affermazione è clamorosa. Frattanto un ottimista mi intima di aprire gli occhi e di dare un'occhiata al mondo, per vedere quanto esso sia bello alla luce del sole, con i suoi monti, valli, fiumi, piante, animali e via di seguito. Ma allora il mondo è un diorama? Queste cose sono certo belle a vedersi,  ma essere queste cose è tutt'altra faccenda".
Vorrei imputare all'ottimismo una certa mancanza di acutezza percettiva, di empatia creaturale e di compassione, insomma una dose di cecità nei confronti del dolore che pure appartiene al mondo. La consapevolezza degli abissi di vita che si spalancano dietro la bella apparenza della natura, richiede una certa distanza sia dal pessimismo sia dall'ottimismo. L'osservazione non inquinata da un bieco pessimismo né da un superficiale ottimismo porta ad un risultato che potremmo definire realismo gnostico. E chi non abbia imparato ad affrontare la verità che la vita non è solo dolore o solo gioia, dovrà seguire la beffarda esortazione di Schopenhauer ad andarsene in chiesa o farsi cullare dai falsi miraggi dell'ottimismo, e lasciare in pace una volta per tutte la filosofia.
E' necessario quindi, per chi voglia davvero comprendere, rompere il blocco percettivo dell'ottimismo e annullare i sofismi che liquidano il male, per accedere ad una visione essenziale, o per dirla in termini induistici: spezzare il velo di Maya che impedisce la percezione della realtà.
Buddha ebbe a dire: "Prendete tutto il male e liberatevene. Poi prendete tutto il bene e liberatevi anche di quello".

martedì 14 febbraio 2012

Narcisismo minimo

Se fossi costretto a definire in una sola frase la salute psichica, direi che essa consiste in un minimo di narcisismo.
Freud intendeva il narcisismo come un atteggiamento in cui ciò che è soggettivo (i miei sentimenti, i miei bisogni, fisici e non) è molto più reale di ciò che è oggettivo, al di fuori di me. Gli esempi più vistosi sono dati dal bambino, in particolare dal neonato, e dallo psicotico. Per il neonato non esiste una realtà di fuori di quella, interiore, dei propri bisogni; fino ad un certo punto, in termini di percezione, il mondo esterno per lui non esiste. Lo stesso si può dire dello psicotico. La psicosi, in senso generale, è appunto il più completo narcisismo, dal quale è praticamente assente ogni relazione con il mondo oggettivo.
Il narcisista è semplicemente incapace, a livello emozionale, di concepire il mondo esterno come una realtà a sé stante (se non lo percepisse affatto sarebbe uno psicotico). Dato che il concetto di narcisismo nell'accezione freudiana provoca non poca confusione, è necessario sottolineare come il narcisismo sia cosa fondamentalmente diversa dall'egotismo e dalla vanità. Naturalmente anche l'egotismo implica una certa dose di narcisismo, che però non è necessariamente superiore alla media. L'egotista, come il narcisista, non è una persona che ama. Come il narcisista non è veramente interessato al mondo esterno, ma pretende tutto per sé. Però a differenza del narcisista, l'egotista ha un'ottima percezione del mondo esterno. Neppure la vanità implica un eccessivo narcisismo. Di norma i vanitosi sono persone insicure (proprio l'opposto quindi dei narcisisti) che hanno un continuo bisogno di conferme. Di fatto, quel che importa al vanitoso è principalmente il rapporto con suo senso di insicurezza. Al vero narcisista non importa nulla di ciò che gli altri pensano di lui, poiché non dubita minimamente del fatto che ciò che pensa di sé sia reale e che ogni parola che gli esce di bocca sia semplicemente meravigliosa.
Conseguenza del narcisismo è la distorsione dell'obiettività e del giudizio. Un'altra conseguenza importante è la carenza d'amore, poiché se mi occupo solo di me stesso non posso amare nessun altro al di fuori di me. Molte relazioni danno l'impressione di essere rapporti d'amore, per esempio quelle con i bambini. Spesso si tratta infatti di rapporti di tipo meramente narcisistico: la madre che ama i suoi figli ama in realtà sé stessa, poiché i figli sono i suoi.
Un'ulteriore conseguenza si manifesta quando una persona viene ferita nel proprio narcisismo. Si può avere una reazione di tipo depressivo, oppure di tipo rabbioso. Tra l'altro, una questione di estremo interesse in psichiatria è in che misura le depressioni psicotiche possano derivare da ferite del narcisismo. Quanto alla reazione rabbiosa, il narcisista reagisce così quando vengono urtati i suoi sentimenti. La maggiore o minore consapevolezza di questa rabbia dipende in larga misura dalla condizione sociale. Se questo individuo esercita un potere sugli altri, è probabile che sfogherà la sua rabbia in piena coscienza. Se invece subisce il potere altrui diventerà depresso.
La maggior parte delle religioni identificano essenzialmente lo scopo della vita con il superamento del narcisismo, con l'acquisizione della capacità di amare e di rinunciare all'adorazione del proprio Io, e il conseguente atteggiamento di accettazione della realtà così com'è e non come vorremmo che fosse.
Ma non esiste solo il narcisismo individuale, ne esiste anche la trasformazione in narcisismo di gruppo, che può essere un nucleo famigliare o una certa categoria di persone. L'esempio più eclatante è il narcisismo di un popolo. In questo caso l'atteggiamento si espleta in un "il popolo al quale appartengo è il migliore", atteggiamento che se riferito ad un singolo o ad una famiglia suscita sdegno, ma appare improvvisamente lodevole, morale e positivo se riferito ad un intero popolo o ad una religione.
Dal punto di visto della psicologia, il narcisismo di gruppo non si distingue troppo da quello individuale. Lo spostamento del narcisismo dall'individuo al gruppo, accompagnato da odio religioso e nazionalismo, non apporta modifiche rilevanti alla natura del fenomeno narcisistico. Ma c'è un aspetto importante: per un poveraccio che non ha niente, né denaro né cultura, è molto difficile indulgere al suo narcisismo individuale (a meno di non impazzire davvero), ecco quindi che lo slittamento verso il narcisismo collettivo gli consente di sfogarlo senza impazzire, tanto più che è confermato da tutti gli altri intorno a lui. Questo tipo di narcisismo è una malattia psichica e le sue conseguenze sono anche più gravi di quello individuale.
E' necessario comunque distinguere tra forme maligne e forme benigne di narcisismo. Le forme maligne si riscontrano negli individui psicotici. In questo caso, come abbiamo visto, il narcisismo è rivolto soltanto alla propria persona: la mia immagine, il mio corpo, i miei pensieri, i miei sentimenti, ecc. sono le le uniche cose reali, le uniche che contino. E' una forma maligna in quanto mi separa dalla ragione, dall'amore e dal mio prossimo. Nelle forme benigne, il narcisismo non è diretto a una parte specifica di me, ma a qualcosa da realizzare, a una conquista, sia essa materiale o intellettuale o spirituale. Ovvero, nelle forme benigne provo una certa dose di amore narcisistico, ma non per la mia persona, bensì per qualcosa che è al di fuori di me. Si tratta sempre di narcisismo in quanto il raggiungimento dell'obiettivo risulta essere uno scopo personale, il soddisfacimento di un proprio desiderio (seppur la meta possa apparire altruistica), ma è di natura benigna poiché nel momento in cui creo qualcosa, supero anche, in un processo dialettico, una parte del mio narcisismo. Se voglio produrre o realizzare qualcosa, sono costretto a relazionarmi col mondo esterno. Ma probabilmente senza l'impulso narcisistico non sentirei nemmeno il desiderio di creare qualcosa, riducendomi a mera passività.
Ecco perché io credo che la salute psichica abbia sì a che fare con il superamento del narcisismo, ma non al suo totale annientamento.

Fonte: Erich Fromm

martedì 7 febbraio 2012

Impazzire per capire

Secondo la psichiatria moderna, l'uomo per non impazzire ha bisogno fondamentalmente di due cose:
- un quadro di riferimento e di orientamento (cioè un insieme di regole e convenzioni, tipicamente imposte dalla società in cui si nasce e si cresce)
- un oggetto di devozione su cui investire le energie che eccedono la semplice produzione e riproduzione (che può essere una religione, un credo politico, una passione, uno sport, l'amore, il sesso, ecc, oggetto che anch'esso, molto spesso, è imposto dalla società o dall'ambiente in cui si nasce e si cresce).
Dalla lettura dei manuali di psichiatria e dallo studio delle nevrosi e delle psicosi, si ricava l'idea che tali patologie siano delle risposte che l'individuo dà al problema dell'esistenza umana. Si può quindi affermare che ad ammalarsi di nevrosi e psicosi sono proprio le persone più sensibili della media alla questione del senso della vita. Di norma, la maggior parte delle persone ha la pelle dura, nel senso che risponde alla questione di un determinato quadro di riferimento e di un determinato oggetto di devozione, nel modo prescritto dalla propria cultura. Chi invece è più sensibile e non riesce a trascurare l'impellenza del bisogno di un oggetto devozionale personale, elabora un proprio credo, che lo psichiatra definisce poi nevrosi o psicosi.
Sembrerebbe quindi che una persona debba impazzire per poter percepire i propri reali bisogni e necessità.
Lessing ebbe a dire: "Chi non perde la ragione per certe cose, evidentemente non è nemmeno in grado di ragionare"

giovedì 29 dicembre 2011

Non chiedetemi scusa

"Non mi piace quando qualcuno mi chiede scusa. Non per il gesto in sé, che è molto apprezzabile, ma per la parola e per il significato psicologico sotteso. Ritengo che chiedere scusa sia una sorta di ricatto emotivo. A ben pensarci “scusami” vuol dire “perdonami”, non contempla quindi la propria responsabilità per quello che è successo e tende invece a scatenare sensi di colpa nell'altra persona.
È un modo semplicistico di lavarsene le mani e far ricadere la responsabilità sull’altro. Ti ho chiesto scusa, se non mi perdoni sei crudele.
In altre parole, chi chiede scusa si appella al condizionamento psicologico e blocca qualsiasi reazione emotiva, invocando il perdono. Se non ti scuso, rischio di sentirmi colpevole o al meglio di covare emozioni negative che non posso esprimere.
Così la comunicazione vera e propria, quella che permette di crescere e di capirsi, si blocca. Posso scusarti o no, ma sarebbe finita lì. E se anche rispondessi “scusa un cazzo”, sarei comunque sulla difensiva, tenderei a giustificarmi o passerei dalla parte dell’aggressore. L’altro si sentirebbe vittima, arrivando ad affermare “ma ti ho chiesto scusa!”, come se fosse un atto dovuto perdonare sempre.
Credo che sia più appropriato “mi dispiace”. Questa locuzione infatti non richiede necessariamente un perdono e non blocca la comunicazione. Esprime semplicemente un modo di sentirsi, in questo caso il dispiacere per un comportamento, una parola o un gesto, e l’altra persona è libera di provare i suoi sentimenti, compresa la rabbia."

Ho letto questo testo su Tumblr e l'ho trovato di estremo interesse. Perché anch'io ritengo che le parole abbiano in sé un valore che va ben oltre il suo mero significato letterale, Perché, come diceva Nanni Moretti, le parole, la scelta della parole è importante. Il significante è determinante quanto il significato, se non di più.

venerdì 16 dicembre 2011

Le parole inutili

Il mondo pullula letteralmente di belle frasi pseudo-educative che fan sognare le persone. Frasi di una retorica sconcertante ma di fronte alle quali la più parte si scioglie in deliquio. Frasi come: "La felicità è desiderare ciò che già si ha". Frasi così inutili da sfiorare l'insulto all'intelligenza umana, Posto che ne esista una.
Sì, perché ancora le persone non sembrano aver capito che chi ha già nel suo schema mentale la capacità di apprezzare e accontentarsi, se non addirittura di godere, delle cose che ha già, all'udire simile sentenza penserà: "Beh, certo, ovvio! che c'è di così stravolgente?". Mentre a chi invece questa capacità non ha la fortuna di possedere nel suo corredo genetico, l'ascoltare questa frase procurerà solo frustrazione, giacché gli risulterà enormemente arduo, se non impossibile, applicarlo alla sua vita.
Senza comprendere (o forse comprendendo ma non ammettendo) che non esistono ricette di felicità universali che valgono per tutti (anche se ci piace crederlo, o forse ci condizionano a pensarlo...), che magari si può essere felici in altro modo o per un'altra via... ma no! deve cercare in tutti i modi di applicare su di sé quello che sembra essere un insegnamento assoluto, tentando quindi di snaturarsi e aggiungendo ulteriore sofferenza alla sofferenza.
Mi ricordano un po' l'inutilità delle campagne di sensibilizzazione contro l'abbandono dei cani. Tutti quei soldi spesi per niente. Per realizzare degli spot il cui solo effetto è quello di far soffrire chi ha già quella sensibilità e che quindi mai abbandonerebbe un cane, mentre le persone che quella sensibilità non l'hanno restano perfettamente indifferenti al messaggio e continuano ad abbandonare cani. Lo dimostra ampiamente il fatto che il numero di abbandoni è più o meno sempre lo stesso tutti gli anni.
Così come il numero di persone che tutti gli anni vanno dall'analista perché non riescono ad applicare nella propria vita quella ricetta di felicità "universalmente" riconosciuta come funzionante...

giovedì 8 dicembre 2011

Il pappagallo di Paul Valéry

Per anni, quasi per tutta la vita, Valéry accarezzò l'idea di disegnare personalmente un'ampia "teoria della memoria" allo scopo di sondare le leggi di questa misteriosa facoltà. Ma quest'opera non la scrisse mai, anche se è chiaramente riconoscibile o almeno deducibile nelle sue linee generali, negli appunti dei suoi Quaderni.
Le quattro massime che seguono (tratte appunto dai Quaderni) delimitano all'incirca il terreno che Valéry misura con le sue riflessioni su ricordo e oblio:
- "Non sappiamo nulla della memoria, nulla di nulla"
- "La memoria sarebbe un'ineleganza nel mio sistema"
- "La memoria non ci servirebbe a niente se fosse rigorosamente fedele"
- "Senza oblio si è solo pappagalli"
Orientiamoci ora verso un'immagine figurata che l'autore cita spesso, in diversi passi delle sua opera e che evidentemente era importante per lui. Si tratta dell'immagine del pappagallo. Nella storia della cultura europea il pappagallo era, già dagli albori dell'età moderna, il successore dell'asino, quindi l'animale stupido per antonomasia; tuttavia il pappagallo aveva la caratteristica non solo di godere, come l'asino, di ottima memoria, ma anche - come se non bastasse - di essere in grado, col suo aiuto, di blaterare le sue stupidaggini.
Incontriamo questo uccello parlante in diversi punti delle opere di Valéry, per esempio nel dialogo in prosa L'idée fixe (1932). L' "idea fissa" di uno dei partecipanti al dialogo consiste nel dichiarare guerra ai concetti imprecisi perché rovinano il pensiero. Questa debolezza del nostro linguaggio concettuale può essere guarita solo, secondo Valéry, ponendosi, ogni volta che un pensiero minaccia di naufragare a causa della sua imprecisione, la precisa domanda: "Che cosa significa esattamente questo termine?". Di fronte a questa domanda, concetti tronfi e presuntuosi come "spirito", "personalità", "speranza" o "universo" faranno sicuramente una figuraccia. Questo tipo di parole vengono chiamate da Valéry "parole da pappagallo".
Per farla finita con queste parole indegne, Valéry ha affilato le armi per infilzare tutti i pappagalli che popolano il "cielo dello spirito", in primo luogo il super-pappagallo "universo", il pappagallo dei pappagalli, ma subito dopo anche la parola "natura", altrettanto deleteria, da interpretarsi come femmina del pappagallo e da eliminare anch'essa immediatamente.
Perché? Perché queste parole sono tali per cui uno che le ha imparate una volta continua a ripeterle sempre: "Nous les avons appris, nous les répétons" ("Le abbiamo imparate, le ripetiamo").
Valéry aborre le ripetizioni di ogni genere e non è mai stanco di giudicare insulsa l'attività del ripetere. Tra le sue varie asserzioni di questo tenore si può citare questa annotazione: "Lo spirito aborre la ripetizione; nella misura in cui ci si ripete, non c'è spirito". Per scampare questo pericolo Valéry segue in maniera quasi maniacale la regola radicale di "cominciare dall'inizio" in tutte le attività intellettuali.
Anche la memoria deve essere ripensata dall'inizio. E tale inizio si trova nel presente.
Il processo si realizza nel momento in cui il presente inizia a riallacciarsi al passato nella misura in cui interviene all'interno di esso, imponendogli in questo modo un nuovo ordine, conforme e gradito agli scopi del presente. Dal momento però che l'azione presente è in linea di principio aperta al futuro, si può anche dire che nella memoria vivente il futuro plasma il passato: l'avenir du passé ("il futuro del passato"). In questo contesto Valéry non si lascia sfuggire il gioco di parole: le souvenir de l'avenir.
Garante di questa ricerca è per Valéry un'altra figura letteraria: Robinson Crusoe. Gli appunti di Valéry su Robinson abbracciano circa dieci pagine di prosa sotto il titolo di "Storie sbriciolate". Sulla sua isola solitaria Robinson ha ottenuto i primi risultati nella costruzione della cultura materiale e può concedersi per la prima volta un po' di riposo. Comincia ora per lui la seconda fase della costruzione, la ricostruzione della propria cultura intellettuale. Deve "ridiventare uomo". In questa operazione l'oblio ricopre nuovamente un ruolo chiave.
La questione è ora: a che cosa questo nonostante tutto felice Robinson, nel suo inizio intellettuale dal nulla, permetterà di entrare nel vuoto della sua memoria, dopo che a lui, novello Adamo, si è parata innanzi l'insperata chance di liberarsi da tanti inutili contenuti mnemonici?
Lo rivediamo quindi seduto nella sua isola, immerso nei pensieri, circondato da pappagalli il cui cicaleccio consiste solo in innumerevoli e distraenti ripetizioni.

mercoledì 23 novembre 2011

Ricordati di dimenticare

Dalla forma verbale oblivisci deriva in latino il sostantivo oblivio "oblio", che si ritrova anche in molte locuzioni come: in oblivionem venire "cadere nell'oblio" o aliquid oblivioni dare "consegnare qualcosa nell'oblio". Dalla forma verbale tardolatina oblitare dipende buona parte della famiglia linguistica romanza dell'oblio. Lo si vede in maniera chiara nella storia della lingua francese, nella quale il latino oblitare continua in oublier. A questo verbo si unisce come derivazione deverbale un nuovo sostantivo: oubli "oblio", dal quale deriva a sua volta l'aggettivo oubliuex e altre derivazioni secondarie. Costruzioni parallele al francese sono, in spagnolo e portoghese, olvidar / olvido.
La lingua italiana presenta l'interessante fenomeno di procedere su due binari. Sul modello dell'antico francese ha coniato infatti le forme obliare e oblio, entrambe appartenenti ad un uso linguistico letterario, mentre il termine dimenticare è diventato da tempo di uso comune nel linguaggio parlato, usato spesso nella forma pseudo-riflessiva dimenticarsi. Si tratta di una derivazione designata negativamente tramite il prefisso negativo di-, da mente, che in tempi antichi aveva il significato di "memoria". Il termine dimenticare può essere quindi parafrasato come"perdere dalla mente".
Analogamente a dimenticare, anche il verbo scordare / scordarsi è una derivazione negativa, questa volta di cuore. Nella psicologia antica il cuore era considerato la sede della memoria, ancor oggi in francese "imparare a memoria" si dice par cœur. Il significato del verbo scordare può quindi essere parafrasato come perdere dal cuore.
Stupisce nell'insieme costatare come le espressioni della lingua italiana per l'oblio siano illuminate da una luce negativa.
Le lingue germaniche seguono altre strade, altrettanto dense di significato. Lo si vede nel verbo inglese forget. Esso è composto dal verbo (to) get "ricevere" in unione col prefisso for che converte il movimento "da" del verbo semplice in un movimento "verso". Il suo significato può quindi essere parafrasato come "allontanare qualcosa". E' già quasi una definizione dell'oblio. La stessa costruzione verbale è alla base del verbo tedesco vergessen. Vale la pena di citare un modo di dire che, tanto in inglese quanto in tedesco, ha ampio uso quotidiano, si tratta dell'espressione inglese forget it ("dimenticalo"), che corrisponde al tedesco das kannst du vergessen ("puoi dimenticarlo"). Si usano queste espressioni in situazioni in cui, accompagnandosi con un gesto di grazioso sdegno, si dice dell'una o dell'altra cosa che non è così importante e non merita d'esser presa in considerazione.
Dal momento che le espressioni dell'oblio possono essere interpretate anch'esse, fino ad un certo grado, come negazioni lessicali della memoria, il legame con una negazione grammaticale (non dimenticare la chiave) produce una doppia negazione con significato affermativo (pensa alla chiave).
Una considerazione speciale merita inoltre il greco antico. Esso ci offre l'interessante apertura verso un termine che, in questo contesto, suona a prima vista come estraneo. Intendo il termine aletheia "verità", che nel pensiero dei filosofi greci assume naturalmente una posizione centrale. Il primo elemento di questo termine a- è un prefisso di negazione (alpha privativum); l'elemento seguente, ovvero -leth- indica qualcosa di latente, di nascosto, di segreto, così che la verità diventa (come in Heidegger) ciò che non è nascosto, non è segreto, non è latente. Va notato inoltre che l'elemento -leth- è anche all'origine del nome del fiume Lete, il fiume dell'oblio, e in quest'ottica la "verità" diventa il "non-dimenticato".
Di fatto il pensiero filosofico europeo, seguendo i greci, ha cercato per secoli la verità dalla parte del non-oblio, cioè della memoria e del ricordo, e solo nell'età moderna ha fatto il tentativo, più o meno timido, di attribuire una certa verità anche all'oblio.
Per i greci Lete è una divinità femminile che forma una coppia di opposti con Mnemosyne, dea della memoria e madre delle Muse. Secondo la mitologia, Lete nasce dalla stirpe della Notte, ma non possiamo evitare di nominare anche il nome di sua madre: la Discordia. La genealogia gioca però una parte limitata nella ricezione di questo mito, poiché Lete è soprattutto il nome di un fiume degli inferi, che dispensa oblio alle anime dei morti. In questa immagine e in questo campo metaforico l'oblio è completamente immerso nell'elemento liquido dell'acqua.
C'è un significato profondo nella simbologia di quest'acqua magica: nel suo dolce fluire si sciolgono i duri contorni dei ricordi di realtà, che vengono così liquefatti.

mercoledì 26 ottobre 2011

La dottrina consolatoria

Esiste una meschina incredulità che si dà l'aria di una dottrina salutare. Essa ritiene che gli avvicinamenti siano casuali e non significhino altro che un felice incontro delle diverse forze che agiscono nel gioco della vita. Essa ritiene che siano vissuti molti poeti i quali sarebbero diventati immortali non meno di Omero se quello stupendo soggetto non fosse stato assorbito da lui, e molti compositori che sarebbero diventati immortali come Mozart se ne avessero avuta l'occasione.
Questa saggezza contiene però una gran consolazione ed un gran conforto per ogni spirito mediocre, che così trova modo di far credere agli altri e a se stesso che solo per un capriccio del destino, o per uno sbaglio del mondo egli non è riuscito a distinguersi come i grandi-

domenica 16 ottobre 2011

Nessun pensiero regge da solo

Nietzsche escluse la razionalità non soltanto perché la scienza ha dei limiti, ma perché nessun pensiero regge da solo: esige un'interpretazione, e così svela d'essere illusorio e comunque non riesce ad afferrare l'informulabile divenire, è costretto a fingersi un'identità e un essere, mostrandosi in tal modo superfluo (qualcosa è illogico? mostra semplicemente una sua condizione d'esistenza), pericoloso (che disastri si provocano agendo secondo ragione!), incapace (si dice che la ragione condurrebbe alla tolleranza? chi tollera dipende dalla propria ragione...).
(Jaspers, 1996)

domenica 25 settembre 2011

La maniera Furoshiki

Il furoshiki è un panno quadro che in Giappone viene utilizzato per avvolgere un oggetto o un insieme di oggetti: regalo, necessario da viaggio, cambio d'abito, spesa, contenuto di borsa. Tutto vi si avviluppa ripiegando i quattro angoli alla maniera giapponese per cui un pacchettino si trasforma in offerta. Maniera che può sembrare complicata ma che risponde ad una semplicità severa. La razionalità giapponese nel furoshiki rivela mistero e flessibilità, oltre a un disegno incantevole.
La ragione occidentale invece non avvoltola, non modella, non compone, ficca in una squadrata valigia che serra con uno scatto, chiude in una tomba.
Nella nostra cecità interpretiamo persino lo yin e lo yang come una diade, senza capire che in realtà si tratta di una trinità: lo yin, lo yang e l'unione dei due.
In Oriente d'istinto si schiva il dualismo, sostituendolo con la triade. Male-bene cede alla contrapposizione tra lo scatenamento e l'equilibrio delle forze in campo; menzogna-verità si stempra nel proverbio "Anche la bugia è un mezzo", che allude ai "mezzi" con i quali il Buddha indirizzava alla verità.
Così interpretata, la vita si fa duttile, discreta, gentile.