domenica 12 settembre 2010
Stanze segrete che non sono stanze
Certo, sappiamo che in ognuno esiste una "zona segreta", ma solitamente immaginiamo sia solo un angolino nell'economia interiore delle persone che amiamo.
Forti della conoscenza e della fiducia, sicuri di questa proporzione, accettiamo la parte di ignoto che dorme accanto a noi. Ignari che, probabilmente, quell'angolino è in realtà un intero appartamento...
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domenica 5 settembre 2010
Libertà responsabile
Bene, dirai, il mio futuro è nelle mie mani: tocca a me scegliere se mi manterrò fedele a quel che sono stato finora o cambierò invece totalmente registro; ma qualunque scelta io faccia o abbia mai fatto è stata condizionata dalla situazione in cui mi trovavo, dalle carte che avevo da giocare, dalle effettive opportunità che mi si presentavano; in una certa misura il mio futuro è determinato dal mio passato e su quel passato io non ho scelta, o non ce l’ho più. Da un lato infatti molte delle opportunità che ho avuto, o non ho avuto, le devo ad eventi accaduti prima della mia nascita, o prima che avessi coscienza e volontà; dall’altro, anche per le scelte che ho fatto io, ormai le ho fatte e non posso più modificarle. Buona parte di quel che sono, insomma, è quel che sono stato, e su quella parte non ho più voce in capitolo.
Ma non è del tutto vero. Quel che è successo in passato avrà effetto su di te solo in quanto è interpretato in un certo modo, e sarai tu a decidere come interpretarlo: che significato e che potere attribuirgli.
In momenti diversi anzi potrà capitarti di dare interpretazioni diverse e quindi cambiare l’effetto che il passato ha su di te. Ti faccio un esempio: metti che un giorno il tuo datore di lavoro ti rifiuti un aumento di stipendio; su questo evento tu non hai avuto alcuna influenza, ma quale influenza avrà l’evento su di te? Ti chiuderà delle opportunità o invece te ne aprirà? L’unica risposta possibile è: dipende da quel che farai, che deciderai di fare in seguito. Potresti rimanere dove sei, nel qual caso senza aumento non avresti i mezzi per comprarti quella cosa che desideravi tanto, o per inscriverti a quel corso che ti interessava. Ma potresti anche andartene e trovare un lavoro migliore e di lì a poco essere in condizione di soddisfare quei tuoi desideri. Se rimani ti dirai che dovevi farlo “con tutta la disoccupazione che c’è in giro è meglio tenersi il proprio posto, e comunque è necessario superare questa delicata congiuntura economica, anche quella del mio datore di lavoro è una scelta forzata”. Se te ne vai ti dirai “ormai è chiaro che in questa ditta non ho più futuro, non è il caso di illudersi, prima che mi caccino loro conviene che me ne vada io”. E se per un po’ rimani e alla fine decidi di andartene, ti racconterai prima una storia e poi l’altra.
Quale di queste storie è vera? E che cosa la rende vera? Il fatto che hai scelto di comportarti in un certo modo e avendolo scelto hai proiettato una certa lettura sugli eventi passati, e di conseguenza li hai vissuti come determinanti in un senso o nell’altro. E non venirmi a dire che non di vera scelta si è trattato, che tanti impercettibili fattori si sono accumulati fino al punto di esercitare su di te sufficiente pressione psicologica e costringerti ad agire come hai agito, perché questa soluzione non farebbe che riproporre lo stesso problema: quanti fattori si devono accumulare? fino a che punto? fino al punto forse in cui decidi di averne avuto abbastanza, cioè decidi che la pressione è sufficiente e così facendo la rendi sufficiente?
Lungi dall’essere condizionati dal passato, in realtà siamo noi che lo condizioniamo, che ne determiniamo le conseguenze.
Bisogna dunque che estendi a tutta la tua vita la stessa consapevolezza che già ti guida in esperienze di minore entità. Devi capire che non c’è nulla che tu semplicemente riceva da altri, e non c’è valore che riposi su un fondamento a te estraneo. Tutto quel che sei, passato, presente e futuro, tutto ciò in cui credi o a cui ti senti legato, è frutto di un tuo atto fondamentale di scelta, di una decisione compiuta in assoluta libertà. E qui bisogna intendersi: non sto parlando della scelta se andare o meno al cinema e neanche della scelta se condividere la tua vita con quell’uomo o meno, se fare questo lavoro o dedicarsi a quella causa. Non ho difficoltà ad ammettere che una persona come te, con la tua personalità e le tue inclinazioni, non potrebbe comportarsi diversamente. Ma sostengo che sei tu a stabilire, mediante l’atto fondamentale di cui dicevo, che individuo sei. Non ci sono tratti genetici o influssi ambientali che tengano: quali che essi siano, l’esito (cioè te stesso) potrebbe essere opposto. Se si realizzerà un certo esito, ti sarai piegato a questi condizionamenti; se se ne realizzerà un altro, ti ci sarai ribellato. In un caso sarai (supponiamo) una persona rassegnata e nell’altro caso una persona positiva, e, a seconda di quale persona sarai (= avrai scelto di essere), il mondo intero apparirà in una certa luce: tutto quel che ti capiterà sarà causa di rassegnazione o invece di gioia.
Scegliendoti sceglierai tutte queste conseguenze e tutte queste cause!
venerdì 27 agosto 2010
Aspettando il nostro Godot
Non conosco parabola più profonda per illustrare la dialettica della felicità di quella del violoncellista del racconto di Saroyan.
Giorno e notte un uomo suonava il suo violoncello. Sempre e solo una nota. Per anni.
Una notte la sua donna, lo interruppe finalmente con l'osservazione: "Mio caro, il violoncello è uno splendido strumento, ma gli altri violoncellisti lo usano in modo diverso, non suonano una nota sola, su un'unica corda, con lo stesso colpo d'archetto. No, con l'archetto passano da una corda all'altra, cambiano altezza, suonano con diverse dita...", ma l'uomo la interruppe: "Donna, hai i capelli lunghi ma il comprendonio corto. Gli altri cercano la nota, io l'ho trovata".
E continuò a suonare la "sua" nota.
Questo violoncellista aveva una concezione "non dialettica" della felicità, come la maggioranza degli uomini. Poiché quella sola nota, di per sé presa, ha così poco a che vedere con la musica, quanto il "principio di piacere" con la felicità; ma gli uomini isolano volentieri l'istantanea della felicità dal film della loro vita e dicono: "Ecco, questo è piacere!". Tutti cercano così un piacere statico, un'oasi, il loro "spazio nella più piccola capanna", il loro paradiso, la loro società senza classi, il loro eterno hallelujah in vesti bianche. Pascal dice: "tutti gli uomini cercano di essere felici, anche quello che sta per impiccarsi".
Tutti aspettiamo il nostro Godot.
Quindi, che la felicità sia pure dolce, aspra o amara, ma che sia tutta d'un pezzo, come un che di tondo che si dovrebbe possedere, acquisire, cercare; questo è il motore della nostra vita. Nei particolari tutto può essere molto relativo, c'è chi ama il grido della civetta, e chi il canto dell'usignolo, ma tutti cerchiamo la "nota singola", il grande punto esclamativo. Chi oserebbe romperci le uova nel paniere? Anche se a volte farlo dà un piacere sadico... Che importa se non è un piacere delicato, di sicuro è forte! Sembra che non riusciamo ad uscire dal circolo vizioso: la "nota singola" è noiosa, ma la cerchiamo tutti.
Forse qui è Schopenhauer l'autorità più competente in materia, poiché egli giunge almeno a questo risultato: la nostra infelicità consiste proprio nella nostra costante aspirazione alla felicità, foss'anche una banale felicità domestica. Ebbene c'è chi dice che il pessimismo di Schopenhauer sia a sua volta "solo una nota", un basso continuo, per dirla in termini musicali. Altri però, a cominciare da Kierkegaard, ci mettono sull'avviso: Schopenhauer non avrebbe affatto vissuto in prima persona il suo pensiero pessimistico, in realtà era un epicureo che si divertiva a fare il pessimista ...
Ascolta "Aspettando il nostro Godot" su Spreaker.
mercoledì 25 agosto 2010
I motivi delle nostre azioni
le idee di cui siamo consci sono la parte minima di quelle che abbiamo.
I motivi delle nostre azioni si celano nell’oscurità, e quelli che noi riteniamo essere i motivi non basterebbero nemmeno a far muovere un dito.
(Nietzsche)
lunedì 23 agosto 2010
Le curve disordinate della tua anima
sento ancora le curve disordinate della tua anima.
Ora ho un presente senza tempo,
senza sogni che lo riempiano.
La mente suggerisce risposte che fan contrarre lo stomaco,
il cuore nega, per sopravvivere.
Ecco, il dolore si arrampica lungo la schiena,
cerco un respiro profondo, ma il corpo rifiuta.
Il tuo sorriso era un'onda d'oceano
che sprofondava nel mio cuore insabbiato.
Ora trascino i miei giorni
svuotati della tua luce.
La tua è una bellezza segreta,
che non ha mai smesso di toccarmi.
Ora vive solo dentro ai miei occhi chiusi.
venerdì 30 luglio 2010
I confini delle mie sensazioni
I confini delle mie sensazioni erano sempre sul punto di cambiare, svanire. Quando provavo sentimenti, emozioni, curiosità, o fastidio mi domandavo sempre da dove potessero arrivare. Non fingevo, esistevano, l'uno a fianco all'altro, colui che li provava e colui che li osservava. Che agissi, fremessi e restassi immobile: chi ero io?
Così sentivo fiumi di sentimenti, eppure non ero propriamente io a farlo. Era una mia parvenza. Ma era una parvenza anche l'osservatore distante. Osservava in me lo scorrere delle emozioni una coscienza che non ero io, anzi era nitidamente distinta da me, quale mi conoscevo e quale apparivo esternamente: non era né me, né in me, né fuori di me.
Quanto ai pensieri che mi affollavano la mente fino a che punto erano miei? Di dove provenivano?
Né io li prendevo mai del tutto sul serio.
mercoledì 28 luglio 2010
Ricordi
all’improvviso nel buio sentii una mano accarezzarmi la testa,
balzai su dal letto e accesi la luce…
ma non c’era nessuno…
non significa nulla,
ma è uno dei ricordi più vivi che ho.
domenica 25 luglio 2010
La voce dell’Intrattabile
Ascolto tutti gli argomenti che i sistemi più disparati adoperano per demistificare, limitare, cancellare, insomma a svilire l’amore, ma mi ostino: “Sì certo, lo so, però…”. Attribuisco il discredito nei confronti dell’amore ad una sorta di moderna morale oscurantistica, a un realismo-farsa, alla religione della soddisfazione perenne (desidero-ottengo-utilizzo-cambio), a cui tento di oppormi.
A tutto “ciò che non va” nell’amore, contrappongo l’affermazione di ciò che in esso vale. Questa caparbietà è la protesta dell’amore: dietro il coro delle buone ragioni per amare diversamente, si fa udire una voce che dura un po’ più a lungo: la voce dell’Intrattabile.
Il mondo pone ogni iniziativa di fronte a un’alternativa: quella della riuscita o del fallimento, della vittoria o della sconfitta. Io abbraccio un’altra logica: contraddittoriamente io sono al tempo stesso felice e infelice, per me “riuscire” o “fallire” hanno soltanto un significato contingente, effimero (ma ciò non toglie che le mie pene e le mie gioie siano violente); quello che, sordamente e ostinatamente, mi anima non è affatto calcolato: io accetto e affermo, fuori del vero e del falso, fuori di ciò che è riuscito e di ciò che è fallito; non mi pongo alcuna finalità, vivo secondo il caso; se misurato non ne esco né vinto né vincitore: sono tragico.
Mi si dice: questa specie di amore non dà frutti, ma come poter valutare ciò che fruttifica?
Abbandono gravi incombenze, ragionevoli scrupoli, comportamenti imposti dal mondo, a beneficio d’un compito inutile: il Dovere amoroso. Con discrezione faccio delle cose pazze: sono l’unico testimone della mia follia.
Quello che l’amore mette a nudo in me è l’energia. Tutto ciò che faccio è guidato da questa folle energia (posso perciò vivere lamentandomi), ma il suo senso è una finalità inafferrabile: esso non è altro che la coscienza della mia forza. Le inflessioni dolenti, colpevoli, tristi, tutto il reattivo della mia vita d’ogni giorno è sconvolto. Io sono solo con la mia energia, votato alla mia propria filosofia.
venerdì 23 luglio 2010
Teoria umorale
l'arte vasta,
l'occasione istantanea,
l'esperienza ingannevole,
il giudizio difficile.
(Ippocrate)
martedì 20 luglio 2010
La conoscenza di sé si paga
Quando si vede quale importanza assumano le apparenze per la coscienza è impossibile sottoscrivere la tesi del Vedanta, secondo la quale "la non distinzione è lo stato naturale dell'anima". La verità è che l'anima è naturalmente portata alla molteplicità.
Non è nell'inerzia che ci si uccide, ma in un eccesso di furore contro di sé, nell'esasperazione di un sentimento che potrebbe suonare così: "Non posso sopportare più a lungo di essere deluso da me stesso".
A mano a mano che scendiamo nei nostri segreti, passiamo dall'imbarazzo, al malessere e dal malessere al disgusto: la conoscenza di sé si paga sempre troppo cara! Come d'altronde la conoscenza in genere. In un universo “spiegato” nulla potrebbe avere ancora un senso.
Non è tanto per reazione di difesa quanto per pudore, per desiderio di nascondere la loro irrealtà, che i vivi portano tutti una maschera: decisamente non è bello indugiare sotto l'Albero della Conoscenza...
Vi è qualcosa di sacro e di bello in ogni essere che non sa di esistere.
Chi non ha mai invidiato la vita vegetale ha solo sfiorato il dramma umano.