venerdì 17 febbraio 2012

Il demone dell'ottimismo

Spesso, a chi mi conosce poco, rendo l'impressione di essere un pessimista. In realtà non sono un vero pessimista, dal momento che in qualità di dubitatore (adepto della scepsi) mi è impossibile propendere per la negazione assoluta, così come d'altra parte non posso abbracciare una fede quale che sia.
Ma mentre è evidente a chiunque quanto dannoso sia il pessimismo puro, mi stupisce sempre vedere l'idolatria espressa dai più verso quell'altro demone altrettanto pericoloso: l'ottimismo.
L'ottimismo sembra esser diventato il nuovo oppio dei popoli, dopo la crisi della religione. Questa chimera infantile d'idilliaca armonia, cancella a priori qualsiasi forma di consapevolezza, in una sorta di alterazione che fa perdere ogni riferimento alla realtà, rendendo l'attraversamento della vita pericoloso quanto lanciarsi un una statale ad alta velocità sotto l'effetto di sostanze stupefacenti.
Il problema dell'ottimismo è che si tratta meramente di un filtro attraverso cui guardare la realtà, ma non è strumento per comprenderla. Già Schopenhauer aveva scritto nel 1819: "A questo mondo si è voluto adattare il sistema dell'ottimismo, dimostrandoci che esso è il migliore fra quelli possibili. L'assurdità di questa affermazione è clamorosa. Frattanto un ottimista mi intima di aprire gli occhi e di dare un'occhiata al mondo, per vedere quanto esso sia bello alla luce del sole, con i suoi monti, valli, fiumi, piante, animali e via di seguito. Ma allora il mondo è un diorama? Queste cose sono certo belle a vedersi,  ma essere queste cose è tutt'altra faccenda".
Vorrei imputare all'ottimismo una certa mancanza di acutezza percettiva, di empatia creaturale e di compassione, insomma una dose di cecità nei confronti del dolore che pure appartiene al mondo. La consapevolezza degli abissi di vita che si spalancano dietro la bella apparenza della natura, richiede una certa distanza sia dal pessimismo sia dall'ottimismo. L'osservazione non inquinata da un bieco pessimismo né da un superficiale ottimismo porta ad un risultato che potremmo definire realismo gnostico. E chi non abbia imparato ad affrontare la verità che la vita non è solo dolore o solo gioia, dovrà seguire la beffarda esortazione di Schopenhauer ad andarsene in chiesa o farsi cullare dai falsi miraggi dell'ottimismo, e lasciare in pace una volta per tutte la filosofia.
E' necessario quindi, per chi voglia davvero comprendere, rompere il blocco percettivo dell'ottimismo e annullare i sofismi che liquidano il male, per accedere ad una visione essenziale, o per dirla in termini induistici: spezzare il velo di Maya che impedisce la percezione della realtà.
Buddha ebbe a dire: "Prendete tutto il male e liberatevene. Poi prendete tutto il bene e liberatevi anche di quello".

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