venerdì 27 agosto 2010

Aspettando il nostro Godot

Non conosco parabole più profonde per illustrare la dialettica della felicità di quella del violoncellista del racconto di Saroyan.
Giorno e notte un uomo suonava il suo violoncello. Sempre e solo una nota. Per anni.
Una notte la sua donna, lo interruppe finalmente con l'osservazione: "Mio caro, il violoncello è uno splendido strumento, ma gli altri violoncellisti lo usano in modo diverso, non suonano una nota sola, su un'unica corda, con lo stesso colpo d'archetto. No, con l'archetto passano da una corda all'altra, cambiano altezza, suonano con diverse dita...", ma l'uomo lo interruppe: "Donna, hai i capelli lunghi ma il comprendonio corto. Gli altri cercano la nota, io l'ho trovata".
E continuò a suonare la "sua" nota.
Questo violoncellista aveva una concezione "non dialettica" della felicità, come la maggioranza degli uomini. Poiché quella sola nota, di per sé presa, ha così poco a che vedere con la musica, quanto il "principio di piacere" con la felicità; ma gli uomini isolano volentieri l'istantanea della felicità dal film della loro vita e dicono: "Ecco, questo è piacere!". Tutti cercano così un piacere statico, un'oasi, il loro "spazio nella più piccola capanna", il loro paradiso, la loro società senza classi, il loro eterno alleluja in vesti bianche. Pascal dice: "tutti gli uomini cercano di essere felici, anche quello che sta per impiccarsi". Anche l'ateo aspetta il suo Godot.
Quindi, che la felicità sia pure dolce, aspra o amara, ma che sia tutta d'un pezzo, come un che di tondo che si dovrebbe possedere, acquisire, cercare; questo è il motore della nostra vita. Nei particolari tutto può essere molto relativo, c'è chi ama il grido della civetta, e chi il canto dell'usignolo, ma tutti cerchiamo la "nota singola", il grande punto esclamativo. Chi oserebbe romperci le uova nel paniere? Anche se a volte farlo dà un piacere sadico... Che importa se non è un piacere delicato, di sicuro è forte! Sembra che non riusciamo ad uscire dal circolo vizioso: la "nota singola" è noiosa, ma la cerchiamo tutti.
Forse qui è Schopenhauer l'autorità più competente in materia, poiché egli giunge almeno a questo risultato: la nostra infelicità consiste proprio nella nostra costante aspirazione alla felicità, foss'anche una banale felicità domestica. Ebbene c'è chi dice che il pessimismo di Schopenhauer sia a sua volta "solo una nota", un basso continuo, per dirla in termini musicali. Alri però, a cominciare da Kierkegaard, ci mettono sull'avviso: Schopenhauer non avrebbe affatto vissuto in prima persona il suo pensiero pessimistico, in realtà era un epicureo che si divertiva a fare il pessimista...

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